La maledizione del cielo che fa strage di sportivi

Dal Grande Torino all'Italia del nuoto. Bobby Charlton si salvò, altri si mangiarono i morti

Luciano Gulli

La maledizione di Superga, potremmo chiamarla noi. Come una diabolica congiunzione astrale, o un imperscrutabile disegno malefico che di tempo in tempo si accanisce su ragazzi che dello sport hanno fatto la loro vita. Volti incollati con amore, con passione, in mille, centomila album di figurine. E il giorno dopo, in un lampo, ancora nel fiore degli anni, come si diceva una volta, destinati a diventare ricordi, monumenti di se stessi. A venti, a trent'anni.

La Chapecoense in viaggio verso Medellin come il grande Torino dei Mazzola, dei Bacigalupo, dei Gabetto che stavano tornando a casa, in Piemonte. Era il 4 maggio 1949. Avevano giocato un'amichevole a Lisbona contro il Benfica. Una serata di nebbia come se ne vedevano una volta. L'aereo dritto contro la collina di Superga. Morirono tutti: i 4 membri dell'equipaggio, 3 dirigenti, l'allenatore Erbstein e il suo vice Lievesley, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, e Renato Tosatti, padre di Giorgio, un massaggiatore e 18 calciatori. Compresi Valentino Mazzola, Valerio Bacigalupo e Guglielmo Gabetto. Il riconoscimento delle salme fu affidato a Vittorio Pozzo, ct della Nazionale a cui il Toro di quegli anni forniva 10 titolari su 11. Un milione di italiani, quando ancora ai funerali non usavano gli applausi, si ritrovarono, muti, dietro quei feretri.

La tragedia di Monaco di Baviera è di 9 anni dopo, 6 febbraio 1958. Tocca agli inglesi: il Manchester United torna da Belgrado dove ha pareggiato (3-3) con il Partizan. Il volo 609 della British European Airways fa rotta su Monaco di Baviera per rifornirsi di carburante. Ma nevica. Ingobbito sotto la coltre bianca che ne impiomba le ali l'aereo rulla, rulla. Ci prova tre volte, arrancando tra neve e fango, ma invece di alzarsi va a sbattere ai bordi della pista. Ventitrè morti. Tra questi 8 calciatori. John Berry e il mitico Bobby Charlton sopravvivono. Con loro, e gli altri scampati alla tragedia, l'allenatore Matt Busby stringe un patto d'acciaio: vincere la Coppa dei Campioni. Ci vollero 10 anni. Ma l'impegno venne onorato .

La «Superga cilena» è del 3 aprile 1961. Si gioca a Osorno una partita di Copa Chile. Sulla via del ritorno c'è la catena del Nevado de Longavì. Bisognerebbe scavalcarlo. Invece... Invece muoiono 24 persone, tra cui 8 giocatori, l'allenatore e un massaggiatore del Green Cross. Ci vogliono 54 anni perché i resti dell'aereo e delle vittime siano ritrovati da alcuni alpinisti. Ma non sono sempre calciatori. Il francese Marcel Cerdan, all'epoca fidanzato con la cantante Edith Piaf, era un pugile. Un mito lui. Un incanto lei. Marcel muore alle Azzorre il 27 ottobre 1949, insieme con altre 47 persone. Lo aspettava in America Jack La Motta. C'era il titolo mondiale, in ballo.

Cinquantacinque anni fa, febbraio 1961, la «maledizione di Superga» colpisce la squadra americana di pattinaggio artistico diretta a Praga per i campionati del mondo. Loro sono diciotto. A bordo ci sono altri 54 passeggeri. Muoiono tutti. Il 28 gennaio 1966 tocca ancora a noi. L'aereo con a bordo sette nuotatori della squadra olimpica italiana si schianta all'atterraggio all'aeroporto di Brema. Muoiono tutte le 42 persone a bordo.

Un aereo, sempre un maledetto aereo. Come la volta, diventata un romanzo e poi un film, del charter precipitato il 13 ottobre 1972 sulla cordigliera delle Ande. Tra i 42 imbarcati, una squadra di rugby di Montevideo diretta a Santiago del Cile. Alla conta, dopo lo schianto, si ritrovarono vivi in 27. Freddo, fame, valanghe, ferite incurabili. Solo 16, alla fine, si salvarono. Accettando l'orrore: tagliando a piccoli, irriconoscibili pezzi i corpi dei morti. E cibandosene.

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