L'Europa si divide sui centri per i rimpatri fuori dalla Ue come l'Albania, con Francia e Spagna contro l'Italia che guida una dozzina di governi tra cui Austria, Belgio, Bulgaria, Germania, Grecia, Polonia, Malta, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia e Ungheria, interessati anche a "return hub congiunti" come alternativa ai Cpr italiani che la sinistra ha inventato e che adesso non vuole più nelle città che amministra.
Il confronto più acceso si consuma tra Giorgia Meloni e il collega spagnolo Pedro Sanchez. Madrid va da tempo per conto suo: ha la sua Albania in Mauritania, dove con soldi Ue blocca i migranti diretti alle Canarie ("siamo pienamente impegnati nel controllo delle frontiere, la Spagna ha ridotto gli arrivi irregolari del 70%", dice soddisfatto), intanto ha regolarizzato 500mila clandestini, per lo più sudamericani, suo bacino linguistico e geopolitico. Una mossa che secondo la Meloni, come riferiscono fonti Ue, manda un messaggio pericoloso anche ai Paesi vicini nello spazio Schengen. Una lettura condivisa anche dalla premier danese Mette Frederiksen, convinta che l'Europa debba muoversi in modo omogeneo, soprattutto dopo l'approvazione del nuovo regolamento Ue sui rimpatri, considerato il "pezzo mancante" del Patto su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno, da parte di una inedita "maggioranza Giorgia" composta da Ppe, destra e liberali. "Serve un dibattito tra leader su questi temi", è la posizione di Italia e Danimarca, con il premier ungherese Peter Magyar. È stato il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa a rimandare la discussione al summit Ue già fissato a ottobre.
Meloni e Sanchez sono agli antipodi su molti temi ma condividono la richiesta nel Bilancio Ue di maggiori finanziamenti per competitività, sicurezza ed energia. Lo stesso premier spagnolo è in minoranza ("con la Meloni c'è stato un normale dibattito") ma ha rimarcato i distinguo espressi dalla Corte di giustizia europea sulla potenziale compressione dei diritti umani dei richiedenti asilo e ha messo sul tavolo i rischi "dell'inverno demografico" senza un controllo dei flussi con i Paesi di origine e di transito. Detto da un Paese che storicamente preferisce sparare ai clandestini africani e piuttosto integrare i sudamericani per questioni geopolitiche suona molto ipocrita ma tant'è.
Anche il presidente francese Emmanuel Macron ci tiene a dire che la Francia è contraria agli hub di ritorno per migranti nei Paesi terzi perché "non corrisponde ai principi che sono nostri", pur essendo anche lui per "il rigore in materia di immigrazione illegale". Intanto è il Consiglio europeo a spingere sulla Commissione Ue affinché si continui a lavorare su tutti i fronti, "compresa la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell'Ue e internazionale", come recitano le conclusioni adottate ieri a Bruxelles dal Consiglio sul dossier migrazione. Anche Palazzo Chigi insiste (con Paesi Bassi, Danimarca e gli altri Paesi) sulla necessità di avviare rapidamente "progetti pilota concreti e replicabili e centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi". "Negli ultimi mesi l'Europa ha compiuto passi avanti significativi, continueremo a lavorare per un'Europa capace di difendere i confini, contrastare l'immigrazione illegale e governare il fenomeno con pragmatismo e determinazione".
Intanto dopo settimane a zero sbarchi
dalla Libia sembrano essere riprese le partenze: l'altro giorno Alarm Phone ha intercettato una carretta del mare con 64 clandestini a bordo, ieri altri 27 disperati partiti da Zuara erano su un barchino che imbarcava acqua.