"Scaltrezza criminale" e "nessuna remora o freno inibitorio" nel mettere in atto "una fiorente e collaudata attività illecita" taglieggiando gli extracomunitari che cercano in Italia un lavoro e un permesso di soggiorno. Di trafficanti che si arricchiscono sulla pelle dei migranti sono fitte le cronache. Ma l'ordinanza di custodia emessa dal giudice preliminare milanese Manuela Castellabate ed eseguita ieri mette in luce un fenomeno rimasto sotto traccia: la connessione diretta tra racket dell'immigrazione e organizzazioni filopalestinesi. A venire arrestati, su richiesta del pubblico ministero Alessandro Gobbis, sono uomini legati a doppio filo ai circoli arabi in prima fila nelle manifestazioni contro Israele e ai sostenitori di Hamas. La "fratellanza" verso i correligionari non impediva alla cricca finita sotto inchiesta di sfruttarne cinicamente il bisogno di un futuro migliore. L'indagine condotta dalla Digos milanese nasce dai servizi di osservazione rinforzati sulle attività in Italia della "Fratellanza musulmana", organizzazione integralista diffusa in tutto il Maghreb e considerata contigua all'estremismo islamico. Dai servizi di intercettazione è emerso che uno dei soggetti più noti della Fratellanza, il 40enne egiziano Ahmed Megahed, aveva creato a Milano col socio Mohamed Faragalla una struttura dedicata esclusivamente a sfruttare gli spazi offerti dal "decreto flussi" per fare arrivare e regolarizzare in Italia decine di clandestini, provenienti quasi esclusivamente dai paesi arabi, simulando assunzioni fasulle presso un'azienda edile che fungeva da "facciata". Grazie al rapporto diretto con un Caf - la cui complicità con il traffico è ora al vaglio degli inquirenti - e a contatti all'interno della Prefettura, Megahed era in grado di garantire tutti i passaggi burocratici fino all'ottenimento del permesso di soggiorno. Subito dopo, costringeva a dimettersi, per poter ripetere il gioco con altri aspiranti. Tutto per soldi, solo per soldi. Tra i 5mila e i 6mila euro a testa, che moltiplicati per una miriade di pratiche - 50 solo quelle accertate - garantivano a Megahed e signora un tenore di vita tale da allertare persino la loro banca, che ha segnalato ben 251 movimenti considerati anomali, accompagnati da versamenti per contanti da 5mila euro ciascuno.
"Dovresti dire a Mostafa che non abbiamo più lavoro per lui, cioè siccome a breve ritirerà il permesso di soggiorno, faremo con lui come ho fatto con Youssef, appena ha fatto il fotosegnalamento presso la Questura gli ho detto di licenziarsi": questa è una delle intercettazioni di Megahed che per il pm Gobbis dimostrano come le assunzioni presso la società edile del militante islamico fossero assunzioni fasulle, utili solo ad avviare la pratica prevista dal decreto flussi. La società di Megahed per rendere credibile l'assunzione si faceva carico del versamento dei contributi previdenziali: che subito dopo si faceva restituire dall'immigrato. Da una parte la partecipazione ai cortei proPal, dall'altra lo sfruttamento dei connazionali: questa era la doppia vita di Megahed. "È emersa - scrive il giudice Castellabate - una fiorente e collaudata attività illecita che sfruttando il meccanismo del decreto flussi ha consentito l'ingresso in Italia di diversi cittadini stranieri previa elargizione di laute somme di denaro (...
) il modus operandi realizzato principalmente da Megahed e Faragalla ha consentito a costoro di predisporre documentazioni ideologicamente false a partire dalla disponibilità dell'alloggio". Conclude il giudice: "Tutti gli indagati hanno palesato di conoscere perfettamente la normativa e di volerne approfittare sotto ogni profilo lucrando ogni singolo apporto".