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Le due camere del Parlamento in balìa del caos gender di Boldrini

Nei documenti di Camera e Senato i vertici dei dicasteri sono chiamati con declinazioni di genere diverse: ministra per la Boldrini e ministro per Grasso

Le due camere del Parlamento in balìa del caos gender di Boldrini

Ministra alla Camera dei Deputati, ministro al Senato. Ci manca poco e i vertici donna dei dicasteri del governo Gentiloni rischiano di soffrire di una crisi di identità non indifferente. Quando si presentano al cospetto di Laura Boldrini, infatti, devono abituarsi a sentirsi chiamare con l'appellativo al femminile, quando invece fanno una capatina dalle parti di Pietro Grasso i senatori si rivolgeranno a loro solo al maschile.

Non è uno scherzo. Nei documenti ufficiali della Camera, la Boldrini ha imposto vengano usati i titoli al femminile e non sente ragioni. I resoconti stenografici parlano chiaro e sono precisissimi, guai sgarrare dalle indicazioni presidenziali. Grasso, però, non ha fatto la stessa scelta e si è limitato a lasciare tutto com'era prima: ministri, sottosegretari, segretari e onorevoli solo al maschile. E così quando Laura Fedeli rilascia una dichiarazione alla Camera viene presentata come "ministra dell'Istruzione e della Ricerca". Mentre se deve rispodere ad una interrogazione parlamentare di fronte ai senatori, si alza dai banchi del governo solo quando Grasso dà la parola al "ministro dell'Istruzione e della Ricerca".

Ormai è noto anche ai gatti (e alle gatte) che la Boldrini ha dato il via alla sua crociata ponendo la questione di genere sopra ogni altra battaglia politica. Ad ognuno le sue priorità, certo. Non è bastato per dissuaderla nemmeno il monito di un uomo che la presidenta rispetta moltissimo, ovvero Giorgio Napolitano. A dicembre Re Giorgio disse di voler "reagire alla trasformazione di dignitosi vocaboli della lingua italiana nell’orribile appellativo di “ministra” o dell’abominevole appellativo di “sindaca”". Ma Boldrini non si tirò indietro e infatti va avanti come un Caterpillar. Al suo fianco peraltro può vantare un compagno d'armi (pardon, compagna) del calibro di Maria Elena Boschi, la quale dopo essere stata retrocessa al ruolo di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, emanò una circolare per imporre a tutti di chiamarla sottosegretaria. Peccato dopo alcuni giorni si accorse che, in qualità di Segretario del Consiglio dei Ministri, gli onorevoli le avrebbero affibbiato il titolo di segretaria, sostantivo che deve averle fatto venire in mente tacchi a spillo, occhiali neri e fotocopie. Poco dignitoso per una della sua statura istituzionale. Tanto da spingerla a scrivere una nuova circolare in cui precisare che deve essere chiamata "sottosegretaria di Stato", ma "segretario del Consiglio".

Ecco. Dalle parti di piazza Montecitorio è scoppiato una sorta di caos di genere e la colpa, se così possiamo definirla, viene da lì. Dalla guerra femminista di Laura Boldrini. Mi sorge una domanda: se ne sentiva davvero il bisogno?

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