La moglie del prefetto. "È stata una superficialità"

Caporalato, la donna indagata: "Assunti solo per raccogliere l'uva". Il conflitto d'interessi col marito

La moglie del prefetto. "È stata una superficialità"

Rosalba Livrerio Bisceglia, titolare dell'omonima azienda agricola, la moglie del prefetto Michele Di Bari, ex capo del Dipartimento per l'immigrazione del Viminale, si difende dalle accuse che l'hanno portata a essere indagata insieme ad altre 15 persone nell'inchiesta sul caporalato in provincia di Foggia. Ieri sera la donna ha parlato a «Controcorrente - Prima serata», su Rete 4, i cui giornalisti sono riusciti a intervistarla. «Io - ha spiegato - ho un'azienda di ortaggi e cerealicola, non ho bisogno di manodopera straniera. Non ho cose che si tagliano con le mani all'infuori di un piccolo vigneto dove si raccoglie l'uva. L'uva 2020, il giorno prima che si iniziasse ho richiesto i documenti a una persona che conoscevo per tagliare l'uva».

E ha proseguito: «Mi avevano passato questo numero, questo aveva persone per raccoglierle. Le ho assunte regolarmente».

Secondo gli inquirenti la persona alla quale la Livrerio Bisceglia si era rivolta era il caporale Bakary Saidy, che si occupava di procurare la manodopera tra gli extracomunitari che vivevano nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. Secondo l'ordinanza del gip, in effetti, la donna trattava direttamente con Saidy anche per i pagamenti ai braccianti. «Perché - ha spiegato a chi l'ha intervistata - sono tanti e quindi quando è così c'è sempre uno che viene e fa un lavoro di sei giorni. Penso che tutto questo verrà fornito nella sede giusta. Sicuramente è stata una superficialità. Adesso - ha concluso rivolgendosi all'intervistatore - però non mi sento di aver fatto una grande... La prego adesso mi lasci chiudere».

Secondo quanto risulta dalle intercettazioni degli inquirenti, tra i sedici indagati c'era persino chi ammetteva candidamente che gli africani venivano fatti viaggiare nel portabagagli delle auto per evitare i controlli. Molti sapevano che le verifiche potevano avvenire, per cui cercavano di posticipare l'orario di lavoro. Una prassi ormai consolidata, ma che consentiva di far risparmiare agli imprenditori un sacco di soldi, vista la misera paga che veniva data agli extracomunitari, molti dei quali provenienti da accampamenti illegali o alloggi di fortuna, per lo più dal ghetto di Borgo Mezzanone. Queste persone venivano retribuite con poco più di 5 euro all'ora per raccogliere pomodori, frutta e olive.

Dei 16 indagati, 2 sono in carcere, 3 ai domiciliari e 11 hanno un provvedimento di obbligo di dimora e presentazione alla polizia giudiziaria.

L'indagine Terra rossa dei carabinieri ha portato a scoprire come caporali, titolari e/o soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato quasi perfetto, che andava dall'individuazione della forza lavoro per la lavorazione dei campi, al reclutamento della stessa, fino al sistema di pagamento.

Adesso si dovrà anche capire il perché il prefetto di Bari abbia mantenuto quel ruolo al Dipartimento immigrazione del Viminale quando la moglie, in chiaro conflitto di interessi, utilizzava extracomunitari immigrati per la raccolta dei prodotti della terra.

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