Da Monte Paschi a "121". L'ultima guerra tra dem finisce a banche in faccia

Ricatti e accuse in Direzione Pd: si rinfacciano vent'anni di scandali tra scalate e intrecci

Da Monte Paschi a "121". L'ultima guerra tra dem finisce a banche in faccia

Il vertice del Pd finisce letteralmente a banche in faccia. «Non vedo l'ora che parta questa commissione d'inchiesta sulle banche, è sembrato per mesi che il problema fosse soltanto di due-tre banchette toscane, ma sarà interessante discutere di Banca Popolare di Vicenza, della Banca Popolare di Bari e di Banca 121» ha minacciato il segretario Matteo Renzi nella resa dei conti in corso alla direzione del Pd. Certo è che se la dirigenza del Pd si trovasse attorno a un tavolo a parlare di banche, ognuno potrebbe avere qualcosa da dire rinfacciando al vicino un crac o uno scandalo finanziario. A ciascuno il suo default insomma. Non a caso il Pd è stato spesso definito come il partito delle banche. E non occorre risalire alla notte dei tempi, basta fare i conti con gli ultimi vent'anni per scoprire un intreccio di storie, tra loro collegate, che uniscono la dirigenza del partito agli istituti di credito.

In questo scenario, la madre di tutte le crisi bancarie tricolori, quella del Monte dei Paschi, unisce in un solo fil rouge rottamati e rottamatori all'interno del Pd e dei suoi antenati Pci, Pds, Ds e Margherita. Per anni il vertice del Monte è stato nominato in massima parte dalla Fondazione, socio storico del gruppo che a sua volta era espressione della città di Siena, dell'omonima Provincia e della regione Toscana. Tutte istituzioni solidamente rosse; come i conti dissestati del Monte. L'inizio della fine affonda le sue radici al 1999 con la stagione dei «capitani coraggiosi» sostenuti da Palazzo Chigi dove all'epoca sedeva Massimo D'Alema. Nello stesso giorno Mps acquistava Bam e Roberto Colaninno (socio di Bam) annunciava la scalata a Telecom. Di fatto Rocca Salimbeni era diventata la cassaforte della «razza di imprenditori padana» da Colaninno a Enrico Grutti con l'avvallo romano. Ma anche Giuliano Amato e Franco Bassanini, tanto per dire, a inizio a Millennio sono stati molto vicini alle vicende di Rocca Salimbeni, difendendone la «senesità» e sponsorizzando l'ascesa dii Giuseppe Mussari, il manager che nel 2007 ha firmato l'acquisizione di Antonveneta, l'operazione che ha di fatto portato alla condanna a morte per Rocca Salimbeni. Ed è proprio sul destino Monte che si sono consumati diversi bracci di ferro interni alla sinistra italiana a iniziare dalla frattura tra l'asse Amato-Bassanini e il tandem tra Massimo D'Alema e Piero Fassino in pressing, secondo le cronache di allora, per spingere la Unipol di Giovanni Consorte nelle mani di Mps. Operazione poi fallita. Peccato che la «rivincita», ovvero l'acquisizione di Antonveneta sia costata a Mps e al Paese un conto salatissimo.

È solo poi il caso di ricordare che, proprio in quegli anni, nel 2005, con l'esplosione di «bancopoli», Fassino leader del partito si congratulava con Consorte, in merito al tentativo di scalata a Bnl da parte di Unipol, con la celebre frase «abbiamo una banca».

Anche altri dissesti finanziari sono stati poi, alla fine, ricondotti al Monte. Come Banca 121 di Vincenzo De Bustis, ex Banca del Salento, divenuta nota alla cronaca giudiziaria per la vendita di prodotti discutibili (My Way) e affidata nel 2002 a Mps per la non modica cifra di 2.500 miliardi di lire. Dietro l'operazione si diceva che vi fosse D'Alema che tuttavia ha sempre negato ogni coinvolgimento.

Insomma le «banchette toscane» citate dall'ex premier, è proprio il caso di dirlo, arrivano alla fine di una consolidata storia di scandali. Certo, il crac dell'Etruria, commissariata a fine 2015 lasciando in panne obbligazionisti e azionisti, è stata l'inizio della fine del governo Renzi. D'altro canto Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena Boschi, tra i ministri chiave del precedente governo, era arrivato ai vertici del gruppo bancario insieme all'ascesa politica della figlia. Oggi comunque la fine all'era renziana potrebbe essere messa dal Mediocredito del Friuli Venezia Giulia, partecipato al 55% dalla Regione governata da Debora Serracchiani e alle prese tra una sfilza di bilanci in rosso e una montagna di crediti deteriorati. La regione pareva spingere per un'alleanza con Iccrea, ma le trattative sembrano essersi raffreddate. In questo scenario certo è che chi è senza peccato è proprio il caso di dirlo, scagli la prima pietra.

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