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Né guerra né pace. Scenario esplosivo per l'economia

I vantaggi di limitare il grado di interdipendenza globale

Né guerra né pace. Scenario esplosivo per l'economia
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Nel dibattito sulla crisi tra Stati Uniti e Iran l'attenzione si concentra soprattutto sull'alternativa tra una guerra su vasta scala e il ritorno ai negoziati. Esiste però un terzo scenario, al tempo stesso il più realistico e il più dirompente per l'economia mondiale: una lunga fase di "non guerra e non pace".

Una guerra aperta tenderebbe a produrre un esito relativamente rapido. La superiorità militare americana renderebbe possibile il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, consentendo in tempi relativamente brevi una graduale normalizzazione dei mercati energetici e delle principali rotte commerciali. Il costo per gli Stati Uniti sarebbe elevatissimo, ma avrebbe una prospettiva temporale relativamente definita.

Molto diverso sarebbe lo scenario di una crisi permanente. Se Hormuz e Bab el-Mandeb diventassero aree di tensione cronica, la conseguenza non sarebbe tanto la fine della globalizzazione quanto la sua progressiva trasformazione. Nel caso, non assisteremo alla fine del commercio internazionale, ma a una sua forte regionalizzazione, con filiere più corte, meno efficienti e più costose.

Gli effetti di questa trasformazione non sarebbero uniformi. Le economie maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche e dal commercio marittimo Europa, Giappone, Corea del Sud, India e, in misura significativa, anche la Cina risentirebbero dell'aumento dei costi logistici e della maggiore instabilità dei mercati.

Nell'immediato, gli Stati Uniti subirebbero inevitabilmente nuove pressioni inflazionistiche, ma partirebbero da una posizione relativamente favorevole, grazie alla grande autosufficienza energetica e alla possibilità di riconfigurare con maggiore facilità tutte le proprie catene produttive.

È proprio in questo contesto che il perdurare della crisi potrebbe intrecciarsi con gli obiettivi delineati nel dicembre scorso dalla National Security Strategy 2025. Uno dei pilastri della nuova impostazione strategica statunitense, probabilmente il più importante, consiste infatti nella riduzione delle vulnerabilità create da una globalizzazione ritenuta eccessivamente integrata, attraverso il rafforzamento della produzione nazionale, il reshoring industriale, il decoupling tecnologico nei settori strategici e la costruzione di filiere più resilienti.

Se la crisi del Golfo accelerasse spontaneamente questi processi, riducendo il grado di interdipendenza globale e favorendo un ordine economico più regionale, per quanto possa apparire paradossale, una guerra endemica potrebbe

rivelarsi, al netto dell'impatto inflazionistico iniziale, più coerente con gli obiettivi strategici dell'attuale amministrazione americana di quanto non lo sarebbe un rapido ritorno alla piena normalità della globalizzazione.

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