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Nel Sudafrica di Mandela la remigrazione degli zulu

A 30 anni dall'addio all'apartheid, nella nazione arcobaleno manifestazioni contro gli stranieri

Nel Sudafrica di Mandela la remigrazione degli zulu
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Trenta anni fa era il Paese di Nelson Mandela, la "nazione arcobaleno" simbolo della lotta al razzismo e all'apartheid. Oggi è la prima nazione in cui la remigrazione promette di trovare un'applicazione massiccia e concreta. Sotto gli occhi impotenti di un governo incapace di arrestare la rabbia verso un 5% di stranieri accusati di rubare posti di lavoro e contribuire al dissesto di una sanità pubblica colpevole di non garantire alcun servizio ai cittadini.

È il paradosso di un Sudafrica dove alla mezzanotte di ieri è scaduto l'ultimatum lanciato da "March & March" e da altri movimenti anti-migranti che hanno fissato il 30 giugno come data ultima per "l'immediata e massiccia deportazione di tutti gli stranieri presenti illegalmente nel Paese". A dar retta agli slogan risuonati nelle piazze quell'ultimatum non promette nulla di buono. "Andatevene o tornerete al vostro Paese in una bara" minacciano i manifestanti che sfilano tra Johannesburg, Durban e Città del Capo.

Non sono solo parole. Durante le violenze scatenatesi a Mossel Bay, cittadina della regione del Capo, cinque mozambicani sono stati uccisi e una cinquantina di baracche abitate da migranti sono state incendiate. Anche per questo da settimane decine di migliaia di stranieri terrorizzati supplicano il governo di rimpatriarli. Negli ultimi giorni circa 13mila migranti - tra cui 9mila del Malawi, 3mila zimbawiani, 900 ghanesi e 300 nigeriani - hanno lasciato il Paese. Ma nei centri di accoglienza decine di migliaia di uomini, donne e bambini attendono il rimpatrio e temono lo scatenarsi di nuove violenze. A incoraggiare la cacciata degli stranieri vi sono soprattutto i militanti dei movimenti sorti nelle regioni zulu, le tribù tradizionalmente nemiche di quei xhosa nocciolo duro dell'African National Congress di Nelson Mandela e del movimento anti apartheid. Formazioni come "March & March Movement" e "Operazione Dudula" (nomi che in lingua zulu significano "respingere" e "rimandare indietro") prendono di mira le aziende colpevoli di assumere stranieri, bloccano l'accesso degli irregolari agli ospedali pubblici e organizzano posti di blocco per controllare i documenti di passanti e automobilisti. Nkosikhona Ndabandaba - uno dei leader del movimento anti-stranieri meglio conosciuto con il soprannome di "Phakel'umthakathi" - conta oltre un milione e 700mila follower su Facebook. Grazie a questo imponente seguito social è anche l'animatore delle dimostrazioni in cui migliaia di manifestanti - vestiti con i costumi tradizionali zulu - alzano al cielo i "knobkerrie" (i bastoni da guerra tribali) giurando di fare a pezzi gli stranieri che non rispetteranno l'ultimatum.

In tutto questo l'eredità politica del Madiba e le speranze suscitate dalla caduta dell'apartheid sembrano definitivamente dissolte. Sul piano economico la situazione è anche peggiore. Nonostante le immense risorse naturali il Paese fa i conti con una disoccupazione che raggiunge il 32% e supera il 60 tra i giovani, ovvero la fetta preponderante della popolazione. A trasformare queste percentuali in un potente e inarrestabile detonatore sociale contribuisce la porosità delle frontiere.

Da Mozambico, Malawi, Nigeria e altri Paesi dell'area tracimano, da decenni, flussi inarrestabili di migranti alla ricerca di un illusorio futuro migliore. Il risultato sono i tre milioni e passa di stranieri arrivati nel giro di quindici anni. Stranieri condannati, dalla mezzanotte di ieri, alla terribile prova dell'esodo forzato.

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