Noi, uniti da sempre in quel gesto d'amore

Dicono che questo pezzo lo debba scrivere una madre, però una madre, ciò di cui parla questo pezzo non vorrebbe sfiorarlo nemmeno con il pensiero, non vorrebbe immaginarlo neppure da distanze siderali, perché ciò di cui parla questo pezzo è una madre giovane e dalla pelle scura come l'ebano che hanno ritrovato sul fondo del mare, abbracciata al suo bambino, e questo, per una madre, non è qualcosa di cui scrivere, o ragionare. Il bambino, hanno spiegato, aveva pochi mesi. La mamma lo abbracciava, per proteggerlo, per amarlo, come fanno tutte le mamme, quando abbracciano i loro bambini: allargano le braccia come gli angeli custodi, e sperano, sperano fortissimamente, che quell'abbraccio salvi il loro tesoro. Questo alla mamma ivoriana, morta sul fondo del mare quando l'avventura sembrava ormai conclusa, e mancava pochissimo per arrivare a terra, a Lampedusa, non è toccato in sorte. La mamma e il bambino non si sono salvati, sono morti entrambi, sotto gli occhi dei soccorritori prima e, ora, sotto gli occhi del mondo, che viene a sapere della loro tragedia, piccola ed enorme, perché le loro sono due vite soltanto ma due vite che rappresentano quelle di tutti noi, perché tutti noi abbiamo una madre, e siamo figli, anche se non ne abbiamo. Il destino ha reso quell'abbraccio un abbraccio di morte, ma anche a questa immagine, forse, una madre si ribellerebbe: quello stringere il proprio bambino a sé è, sempre, l'attaccamento più assoluto alla vita, una promessa di amore totale, infinito, gratuito. Un amore che c'è. È lì, anche quando le onde ti travolgono, e ti trascinano sul fondo del mare. È lì, non perché tutti lo sappiano, ma perché proprio lui, tuo figlio, lo sappia, lo senta, e non lo dimentichi mai. Anche Marco e Gloria, i fidanzati italiani morti nell'incendio della Grenfell Tower, a Londra, sono stati ritrovati abbracciati. Anche a Pompei, quelle due figure accartocciate, che gli archeologi hanno ribattezzato «Gli amanti», giacciono immobili, congiunte insieme, per l'eternità. Secondo Platone, i primi uomini erano di forma tonda, non erano maschi e femmine bensì un «uno», indivisi, perfetti. Poi gli dèi, gelosi, li divisero a metà, eppure, e questo è il potere del mito che continua ad agire dentro di noi, la memoria di quegli uomini-palla, di quell'abbraccio divino, vive in noi. Così raccontava il Simposio, che da più di duemila anni ci parla d'amore.

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