Tu chiamala se vuoi "discrepanza", e visto che si tratta della Cia, il suo direttore John Ratcliffe nominato da Trump, è chiaro che deve esprimersi con garbo. Ma la questione non è garbata, è la conclusione con un accordo di una guerra quasi mondiale: quando il presidente della maggiore potenza indossa la veste del pacificator, si pensa lo faccia in base a informazioni che glielo permettono. Ovvero, gli iraniani sono d'accordo. Trump avverte, firma, va a Evian e Versailles, il mondo celebra, si riunisce, il G7 gioisce, la parola accordo, persino "pace" si fa largo. Seconvenienza e buon senso di Trump, che è un businessman, gli iraniani impoveriti, privati di buona parte delle armi e dei proxy, dovrebbero starci. Così dopo gloria, onore, vittoria sul regime omicida di Teheran, dopo "aspettate che arriviamo a salvarvi", la promessa di battere il terrorismo e l'atomica degli ayatollah, Trump si avventura ad annunciare la svolta: il regime starebbe per consegnare l'uranio, mollare lo Stretto, smetterla di assediare Medioriente e Occidente.
Solo Israele non è contento, si dice, ma questo, anzi, serve al consueto esercizio di mettere nell'angolo Netanyahu, che la stampa diffida dal difendere i suoi cittadini dall'attacco continuo degli Hezbollah. Israele deve stare fermo e anzi ritirarsi perché il Libano, forse, è compreso nel prezzo. Ma tutto questo verrà concluso dall'accettazione iraniana di un pacco di soldi in cambio della pace. Davvero? No, non è vero. Discrepanza: parla Ratcliffe. E il direttore della Cia dice appunto quello che noi poveri esperti di Mediorente ripetiamo. C'è una "discrepanza" fra quello che i persiani affermano nei colloqui e quello che poi si dicono fra loro: non hanno nessuna intenzione di cessare dall'arricchimento dell'uranio, di pacificare il Libano, di rinunciare alla propria identità islamica antagonista all'Occidente. Qualcosa si intuisce anche dal fatto che Trump dice che semmai in Libano potrebbero andare a ripulire i siriani di Al Shaara: una strage spaventosa di sciiti per mano dei sunniti dell'Isis. Trump però là vuole affermare la sua verità che dice: punto! Non sa, non vuole ascoltare che cosa dicono gli iraniani, ma i suoi migliori amici sono molto preoccupati: Mark Rubio e Pete Hegseth hanno espresso dissenso, il senatore Lindsey Graham avverte che "è un understatement" pensare che l'Iran possa accettare un accordo e coi denari diventerà un incubo, il senatore Ted Cruz parla di "disastroso errore". 60 giorni, si aggiunge, serviranno addirittura a rimettere in moto le strutture di arricchimento dell'uranio.
La ragion d'essere del regime è trascendentale, è la conquista del mondo contro i nemici dell'islam.
Che cosa si vuole di più per capire che il sorriso felino di Araghchi è una menzogna? Eppure ormai il New York Times glorifica la bimillenaria storia persiana a fronte dell'imperialismo americano e anche israeliano, contento dell'equivoco. È un impazzimento, una negazione della realtà che si pagherà cara, come quella di mettere da parte le informazioni della Cia in nome del consenso.