L’inchiesta evidentemente ha colpito nel segno, perché Roberto Vannacci ha reagito. Non ai singoli punti sollevati da Il Giornale. Ha scelto il terreno che gli è più congeniale: l’attacco a chi li solleva. Il leader di Futuro Nazionale sui social se l’è presa con il vicedirettore Lirio Abbate e con la prima puntata dell’inchiesta sui conti che non tornano del «generale super fetecchia». «Il titolo accusa, l’articolo insinua, i fatti non dimostrano nulla», ha scritto. Poi il terreno politico: «Ogni vostro attacco vale più di mille manifesti. Noi restiamo trasparenti. Voi restate ossessionati. Ci vediamo al prossimo sondaggio». Parla di ossessioni e sondaggi. Non risponde alle discrepanze documentate.
Poi è arrivato Gianni Alemanno, schierato con Vannacci. In un video su Fb ha attaccato Abbate ricordandone le inchieste su mafia Capitale e rivolto un appello al direttore Tommaso Cerno: «Fermiamoci prima che sia troppo tardi». Quindi la frase che spiega il ragionamento: non si possono usare «questi metodi, oltretutto da destra contro una persona di destra». È qui che la questione diventa interessante. La trasparenza non ha colore politico. E neppure il giornalismo deve averne quando controlla il potere. Vannacci rivendica di essere «trasparente». È dunque sulla trasparenza che deve accettare di essere misurato. La trasparenza sui finanziamenti politici non finisce pubblicando un elenco di nomi e cifre. Comincia da lì. Perché i nomi devono essere identificabili, le cifre verificabili, le date coerenti. Raccontarlo è il mestiere di un giornale. Non significa sostenere che esista un reato. Significa fare ciò che la parola trasparenza pretende: guardare attraverso.
Alemanno vorrebbe che un giornale di destra si fermasse davanti a un politico di destra. Una curiosa idea della libertà di stampa: il controllo va bene finché riguarda gli altri, diventa «metodo» quando arriva a casa propria.
Vannacci sceglie un meccanismo simile. La contraddizione diventa persecuzione, la verifica ossessione, chi controlla un nemico. Così non è più il generale a dover rispondere alle carte: sono le carte a dover rispondere al generale.
Resta una differenza elementare. I sondaggi misurano quanti credono a un politico. Il giornalismo verifica se ciò che quel politico racconta può essere creduto. Ed è per questo che l’inchiesta continua.
