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Primarie, Gualtieri si sfila dalla lite Schlein-Conte. “Amo Roma, resto qui”

Il sindaco si chiama fuori dalla corsa per la leadership del Campo largo: “Punto al bis”. I consigli del cerchio magico e i precedenti di Rutelli e Veltroni

combo gualtieri

Il Campidoglio è netto: «Roberto Gualtieri resta dove sta». Anzi, lo dice ai suoi il diretto interessato «amo Roma e resto qui». Sul colle capitolino circola una battuta: «Da sindaco paga gli stipendi, da capo dell’opposizione no». È l’uscita di scena del primo cittadino della Capitale dalla saga sul «terzo nome». Stretto per qualche giorno nella morsa Schlein-Conte, l’ex ministro dell’Economia punta alla continuità: «L’obiettivo è il secondo mandato». Il leader grillino, memore dell’esperienza di governo insieme, lo avrebbe accettato come «federatore» del Campo largo. Lo ha detto al Giornale. Elly Schlein no, la segretaria non è disposta a perdere altro peso politico. Dal suo punto di vista, persino le primarie rappresentano una generosa concessione. La questione Gualtieri premier «sarà stata posta da qualcuno, no?», ricorda al Giornale il parlamentare dem Filippo Sensi. E in effetti «Gualtieri candidato premier» è tutto fuorché fuffa, l’idea è circolata davvero.

Al Nazareno dicono abbia contribuito il «toto-federatore» lanciato da Repubblica. Sfogliando la margherita, ci si è accorti del limite territoriale di figure come Antonio Decaro e Gaetano Manfredi. Silvia Salis, invece, si è più volte detta indisponibile. Il sindaco di Roma, come spesso capita a sinistra, è parsa allora un’ottima intuizione. Ma il Gualtieri pensiero è un altro. Resta a Roma, che «ama», e certo non brucia il capitale politico di questi cinque anni di mandato. La sua storica squadra, dal braccio destro Claudio Mancini al braccio sinistro Albino Ruberti, è convinta che il prossimo giro non sia quello giusto. Esistono un paio di precedenti da non sottovalutare: le candidature di Walter Veltroni e di Francesco Rutelli. Entrambi provenienti dal più piccolo dei colli romani, tutti e due respinti dagli italiani alle Politiche. «Sì e poi è arrivato Alemanno», fa notare qualcuno del cerchio magico. La questione romana nasconde una delicatezza storica che i gualtierani conoscono bene: Veltroni e Rutelli hanno faticato a rimettersi in piedi dopo quelle batoste. Tant’è che da Radici democratiche (il correntone che sostiene il sindaco della Capitale) si dicono «non indifferenti ma fortemente perplessi» sull’ipotesi che il loro leader si catapulti in un uno contro uno con Giorgia Meloni. La premier è forte e nessuno, tra chi amministra il Campidoglio, vuole negarlo.

E allora che fare? Le primarie, certo, ma forse sarebbe meglio stabilire prima i confini programmatici. L’idea è stata lanciata da Matteo Renzi alla Leopolda: «Facciamo un contratto alla tedesca». Un accordo che preveda la sottoscrizione di alcuni punti essenziali. E chi deborda ne risponde dinanzi agli alleati e, soprattutto, al Paese. Un guizzo che ha convinto il presidente del Pd Stefano Bonaccini: «Le primarie? Possono essere un’opzione per scegliere il leader ma va fatto un minuto dopo che tutto il centrosinistra ha firmato il programma», ha detto ieri. Insomma, prima i contenuti e poi i nomi: un’opzione che sembra trovare consensi di giorno in giorno. Anche Dario Franceschini, che ha presentato il suo romanzo «La Fiuma», chiede da giorni di smetterla con il «tormentone del federatore». Poi, certo, è una fase di rilancio per le istanze riformiste. Se non altro perché quei consensi fanno gola a tutti i possibili candidati alle primarie. È sempre Sensi, però, a chiedere di «non esternalizzare». Perché il «Pd è nato dall’unione di più sensibilità» ed è quindi «riformista per costituzione». Può pesare il timore che Schlein, nel comporre le liste, si dimentichi un po’ troppo di quello che è rimasto di Base riformista. A Roberto Gualtieri, però, tutte queste dinamiche interessano il giusto: le osserva dall’alto di Roma, dove resterebbe volentieri altri cinque anni.

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