Ieri volti noti, meno noti e anche ignoti della sinistra si sono presentati sui giornali e sui social media come ultimi custodi della cultura libera contro il ritorno del fascismo. Intanto pretendono che un editore firmi una dichiarazione d'ortodossia per esporre in fiera. È una beffa: chi reclama il certificato di virtù antifascista si crede l'erede delle vittime dei totalitarismi ma parla la lingua degli oppressori. La sinistra pretende che la cultura coincida con la virtù, la virtù con la causa, e che esista perciò un solo modo lecito di pensare e scrivere. Il dissenso non è più divergenza d'opinione ma tara morale; e una tara morale non si confuta: si redime o si cancella. Giovanni Gentile battezzò la cultura di Stato alla quale bisognava aderire tramite sottoscrizione del Manifesto degli intellettuali fascisti. Il sovietico danov, sgherro di Stalin, preferiva "ingegneria delle anime", e se l'opera non contribuiva alla costruzione dell'anima bolscevica, tanto peggio per l'opera e il suo autore, che fosse Boris Pasternak o Solgenitsyn. Il totalitarismo è una religione secolarizzata, che colloca la salvezza dentro la storia. Una simile visione non tollera l'eretico, perché rovina il comune progresso. Oggi il totalitarismo più insidioso non porta la divisa. Ti persuade a omologarti, senza minacce, anzi, con un certo grado di seduzione e di apparente tolleranza. Benedetto Croce, nel Manifesto degli intellettuali antifascisti (1925), all'altrui fede non oppose una fede contraria, oppose la libertà. L'antifascismo, alla nascita, difese la cultura dal controllo ideologico, senza proporre un controllo di segno rovesciato.
Ma in un Paese dove gli intellettuali, i cosiddetti maestri, sono passati, senza problemi, dal fascismo al comunismo c'è poco da aspettarsi. La censura ce l'hanno nel sangue, e la esercitano, parlando il linguaggio delle vittime (che non sono).