Il Pd minaccia Forza Italia ma chiede aiuto sulle riforme

La Boschi evoca il conflitto d'interessi, Guerini corteggia gli azzurri: tornino a votare con noi

Il Pd minaccia Forza Italia ma chiede aiuto sulle riforme

Roma - Era venuto il momento di «dire una cosa di sinistra». E, tac, la cosa di sinistra è arrivata: ecco a voi il conflitto di interessi, eterno mantra anti Cavaliere sempre invocato e mai realizzato da tutti i leader, leaderini e comprimari susseguiti dal Pds fino all'odierno Pd. O meglio i «Democratici», come Renzi pare voglia chiamare il partito «rinnovato».

Ieri è stata la ministra Maria Elena Boschi, gran condottiera vittoriosa della battaglia sull'Italicum, a mettere la pistola sul tavolo. Con la consueta soave abilità, è riuscita a dare un colpo a destra e uno a sinistra: «Se alcuni dei nostri ex leader o ex premier avessero messo la stessa tenacia che hanno messo sui dettagli della nuova legge elettorale, per abolire il Porcellum o per avere finalmente una legge sul conflitto di interessi, ci saremmo risparmiati molte fatiche», manda a dire, perfida, agli inconcludenti big del dissenso Pd, da Bersani a Letta fino a Prodi. Per poi aggiungere: «Vorrà dire che il conflitto di interessi lo porteremo in aula nelle prossime settimane, chiederemo la calendarizzazione in aula entro giugno». Insomma, è il messaggio - poco pacifista - rivolto a Forza Italia, il Pd è pronto a mettere in cantiere anche questa riforma. Messaggio di ben poco smorzato dal fatto che il vice segretario del Pd Lorenzo Guerini proprio ieri su Libero avesse al contrario recitato la parte del poliziotto buono, esortando «Forza Italia a tornare a votare con il Pd».

Così il conflitto di interessi, che compatta la sinistra, potrebbe diventare un utile strumento di pressione su Forza Italia, se si ostinerà - anche dopo le Regionali - a restare sulle barricate contro le riforme sottoscritte e pure votate ai tempi del Nazareno. Le reazioni all'annuncio della Boschi sono da manuale: da un lato la sinistra che plaude, compresi i senatori «ribelli» del Pd alla Massimo Mucchetti o il capogruppo di Sel Arturo Scotto. Dall'altra Forza Italia che insorge e protesta, con Brunetta su tutte le furie e Maurizio Gasparri che attacca da par suo la Boschi e la invita a «fare pratica» di conflitti di interessi «sulle vicende del suo babbo e del suo fido Matteo» e in un Pd che Gasparri accusa di «occupazione indecorosa e vergognosa dello Stato a tutti i livelli». Per la Lega entra a gamba tesa Matteo Salvini: «La sculettante Boschi ha detto che la prossima priorità del governo è il conflitto di interessi. Mamma mia, ma parliamo di pensioni anziché di conflitto d'interessi».

Intanto l'esule Pippo Civati, offeso perché Renzi non lo chiama («Credo che abbia buttato via il mio numero») si sposta a Palazzo Madama. Lui è deputato, ma alla Camera il suo dissenso pesa quanto il due di coppe. Al Senato, invece, Civati spera di riuscire a montare un gruppo di oppositori che riesca a far ballare la maggioranza. Per ora conquista il consenso di un po' di ex grillini, sei per l'esattezza, parcheggiati da tempo al Misto. Tra loro anche Paola De Pin, che votò la fiducia a Letta nel 2013 e che avrebbe potuto essere un utile voto in più per Renzi, ma ora si schiera contro il Pd: gli ex M5S, accusano il premier di avere come «unica bussola» la banca JP Morgan (chissà poi perché), e celebrano invece Civati. Il quale spera di riuscire a convincere altri senatori, anche se lui nega: «I senatori vicini a me resteranno nel Pd». I «civatiani», in giro per l'Italia, fanno in effetti a gara, per ora, a smentire. Ma la speranza è l'ultima a morire.

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