Negli anni in cui la donna si spogliava per un ideale, Valentino la rivestiva di un'armatura di grazia. Ha appoggiato la mano dello stile sulle spalle contratte dall'ideologia e le ha rese mansuete sotto metri di tessuto croccante. Se Giorgio Armani era il Re, Valentino Garavani era l'Imperatore. Se il primo ha destrutturato la giacca, il secondo è sempre rimasto intransigente nelle forme. Proporzioni e rigore. Perché per lui più che per chiunque l'eleganza era compostezza. La passione l'ha concentrata tutta nel rosso che di fatto ha preso il suo nome, "l'unico colore dopo il nero e il bianco".
Ne rimase folgorato da ragazzino, quando lo vide nei costumi di una rappresentazione in scena al teatro dell'Opera di Barcellona e da allora lo fece suo. Perché dentro al rosso ci sta tutto: tinge i sensi, le feste ma è anche il colore dell'allarme, del pericolo, del fuoco. La nuance perfetta per raccontare la donna: il rosso impone di prendersi la scena e poi non la restituisce più. "Penso che una donna vestita di rosso sia la perfetta immagine dell'eroina" diceva lo stilista nato a Voghera nel 1932, uno di quei posti dove il grigio è religione. Niente grigio per Garavani e la sua visione del mondo e della moda: il suo era un rosso cardinale con un guizzo arancione, quasi sfacciato, che Pantone è stato costretto a battezzare rosso Valentino inventando un codice apposito. Perché con quella tinta, e quelle forme, lui pretendeva che la donna lottasse prima di tutto contro la mediocrità. L'abito Fiesta in tulle rosso fu la sua personale dichiarazione d'intenti e di guerra: il mondo lo conobbe il 28 febbraio 1959, alle 11 del mattino, nel cuore di Roma. L'indelebile cicatrice di Valentino e della sua dea rossa nella moda italiana.
Ci fu qualche concessione talvolta al rosa, quasi per contrasto, quasi per provvedere a contenere tutte le anime di una femmina. E ci fu Parigi, ovviamente, perché incantò anche il popolo che aveva Dior e Chanel... L'orlo mai troppo lungo e mai troppo corto, le cinture a cingere stretta la vita, i guanti lunghi, i cappelli ampi ad abbassare mistero sullo sguardo, un fiocco a decorare... Un'impeccabile creazione dei modelli e una maniacale cura che accompagnava anche l'ultima prova prima della passerella. Nel 1968 Jacqueline Kennedy sposò Aristotele Onassis in bianco Valentino. Indossò un abito con corpino in pizzo beige a collo alto con bottoni di perle e maniche lunghe, abbinato a una gonna corta plissettata sopra il ginocchio. Ma Valentino le vestì tutte: Sophia Loren, Audrey Hepburn (indossò l'abito completamente ricamato da perline per il Ballo Proust organizzato dai Conti Rothschild e lo scatto di Gian Paolo Barbieri per Vogue Italia), Liz Taylor... stili diversi e un unico stilista. Tutte liete di farsi rendere inossidabili dall'armatura scarlatta, di farsi amplificare dallo stile Valentino. Monica Bellucci, Jane Fonda, Jessica Lange, Robert Redford, Sharon Stone, Halle Berry, Gwineth Paltrow, Steve Spielberg, James Cameron. Reese Witherspoon, Anne Hathaway Jennifer Lopez, fino a Florence Pugh, Zendaya, Dakota Johnson, Elle Fanning, Bruno Pascal...
E poi in altri anni ancora, con Julia Roberts che andò a ritirarsi il suo Oscar con un vestito dello stilista, Rihanna ricoperta di rivendicazioni, Naomi Campbell che calpestò prepotente terra e passerelle con quell'andatura di chi pensa che il mondo le debba gli arretrati. Perché vestite Valentino non si aveva nemmeno mai la paura di essere troppo. E dentro non ci si invecchiava di un giorno.
Per questo lui lo metteva ovunque: chiffon leggeri che sembravano respirare, velluti che pesavano come responsabilità, crepe che tagliavano l'aria. Nell'haute couture era quasi sacro, nel prêt-à-porter diventava rock, con borchie e catene. E arrivò anche la richiesta di confezionare gli abiti per l'Opera di Roma. E l'omaggio all'arte, a Josef Hoffmann e alla Wiener Werkstatte sulle passerelle nell'inverno del 1989-1990, il Peace Dress dell'estate del 1991, fino all'ultima sfilata del 2008.
Valentino conteneva talmente tante anime che interpretò sempre e solo se stesso, come nei due esilaranti cameo, in Il diavolo veste Prada a Zoolander 2.
L'ultimo imperatore e le sue orfane dee rosse.