La Protezione civile non trova respiratori. Salta maxi ospedale

Rischia di sfumare il progetto della mega rianimazione al Portello su cui Regione Lombardia, Protezione civile e Fondazione Fiera stanno lavorando da circa una settimana. Il progetto prevedeva la creazione di 600 posti di terapia intensiva dedicati esclusivamente ai malati di Covid. La riunione di ieri mattina, in cui la Protezione Civile avrebbe dovuto dare le risposte indispensabili per il via libera al mega progetto nei 22mila metri quadrati messi a disposizione a Fiera Milano City, non sono arrivate, o meglio, per dirla con le parole del governatore lombardo Attilio Fontana «la protezione civile non ci può fornire i presupposti per realizzare questa specie di nuovo ospedale. Noi ci stiamo guardando in giro per capire se riusciremo a trovare i presidi che ci servono. Inizialmente l'accordo con la Protezione civile era voi trovate il sito e noi mettiamo i presidi e i dipendenti, abbiamo detto va bene ma oggi la Protezione ci ha detto che non ci può mettere a disposizione né una cosa né l'altra. Noi ci stiamo interessando sul mercato internazionale per cercare di capire se riusciamo a trovare questi letti di rianimazione che servono per poter realizzare la struttura». Tradotto: 600 macchinari tra respiratori e caschetti, letti, tra i 400 e i 500 medici intensivisti e tra i 1300 e i 1400 infermieri. Ma la partita si è fermata ai macchinari, «impossibili da reperire».

Eppure è ciò che ha fatto «in piccolo» la Regione per i suoi ospedali: sono stati ricavati 200 posti letto in terapia intensiva in aggiunta ai 737 dedicati ai pazienti Covid e acquistati a tempo record 2000 tra respiratori e chip up, diventati insufficienti perchè i malati aumentano ogni giorno. Dalla Protezione civile sono arrivati 90 caschetti. Come ha raccontato l'assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera in settimana «siamo andati direttamente nelle aziende a prendere i presidi che servivano con i bulloni ancora caldi». Ci si chiede come sia possibile che la Protezione civile nazionale non sia riuscita a mobilitare forze più massicce.

Ma non c'è tempo, il governatore tira dritto e nel giro di due ore scrive alla cancelliera tedesca Angela Merkel, che aveva garantito la collaborazione e la disponibilità della Germania ad offrire materiale sanitario per contrastare l'epidemia. La Lombardia «ha urgente bisogno di ogni tipo di strumentazione necessaria per l'attivazione di reparti di terapie intensive, oltre che di mascherine, camici, occhiali e visiere». Il materiale potrà eventualmente essere stoccato in un immobile a Rho, concesso in temporaneo comodato gratuito da Fondazione Fiera Milano.

È subito polemica: «La Protezione Civile non ha detto no all'ospedale alla Fiera. Il tema - spiegano dal Dipartimento - è che al momento non sono disponibili le attrezzature (i respiratori, in particolare) che consentano il funzionamento. La protezione civile ha proposto e condiviso con la Regione Lombardia tutte le azioni necessarie per il potenziamento delle strutture già esistenti».

Il piano B, che sa tanto di paracadute e che niente ha a che vedere con il mega ospedale, modello Wuhan, cui aspirava l'assessore al Welfare è potenziare le terapie intensive già esistenti. Le strutture cui si sta pensando sono una palazzina dell'Ospedale Niguarda, un'ala del Policlinico San Matteo di Pavia, un piano dismesso del San Carlo che già ospitano importanti terapie intensive Covid. Così sarà potenziato anche l'ospedale militare di Baggio, inizialmente allestito per la quarantena dei pazienti guariti ma in attesa di tampone negativo.

Nella caccia frenetica alle mascherine il Prefetto di Milano Renato Saccone, su disposizione del Capo del Dipartimento della protezione civile, ha requisito 420 mascherine chirurgiche, provenienti dagli USA e destinate ad una società del Milanese e 19.980 mascherine bloccate all'Agenzia delle Dogane in partenza per il Brasile senza autorizzazione. I dispositivi saranno consegnati agli operatori sanitari lombardi e al Servizio di protezione civile della Lombardia.

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