Elezioni Politiche 2018

Le "purghe" renziane: restano in corsa solo i suoi fedelissimi

Via i frondisti, in un angolo i "gentiloniani". "Nessun lanciafiamme, ma qualche novità notevole c’è stata". Passo indietro di Cuperlo. Minoranza in rivolta.

Le "purghe" renziane: restano in corsa solo i suoi fedelissimi

Uno slittamento dietro l’altro, un caso dietro l’altro, uno strappo dietro l’altro.

Le liste del Pd, attese per la mattinata di venerdì, sabato sera sono ancora in alto mare: alle 18.30 è Gianni Cuperlo, uno dei nomi di punta della minoranza, a far sapere che rinuncia alla candidatura: «Alle 3 di notte mi sono trovato candidato nel collegio di Sassuolo, a Modena. Ho scoperto di non essere l’unica figura precipitata in quelle terre di antica tradizione della sinistra. Soprattutto ho capito che nessuno lo aveva anticipato ai militanti di lassù». Non ci sta. E tocca rimettere mano al puzzle, che da 48 ore non riesce a prendere forma. «Si è voluta fare una mattanza delle minoranze, con forza brutale e incomprensibile», ulula il deputato uscente Simone Valiante. Più moderato il ministro Andrea Orlando: «Non mi pare che dalla maggioranza del Pd siano arrivate proposte di grande rinnovamento».

Renzi risponde a muso duro: «Sono stanco di certe ricostruzioni. Non c’è stato nessun veto, noi abbiamo subito dei veti nel 2013 ma non ne abbiamo messi nel 2018». Ma ammette: «Non ho usato il lanciafiamme, ma qualche novità notevole c’è stata». Fatto sta che tutte le correnti vengono prosciugate: la sinistra ma anche i franceschiniani, gli ex Ppi, i gentiloniani. Financo i cosiddetti «napoletaniani»: non solo quelli di lungo corso come Ugo Sposetti, che si è tirato fuori da tempo. Anche dirigenti di grande talento, come il sottosegretario agli Esteri Amendola o la milanese Quartapelle, o di preziosa esperienza come Morando o Manciulli: fuori, o in posizioni più o meno impossibili. Nella notte scoppia anche il caso Giachetti: il vicepresidente della Camera sabato ha annunciato che rinunciava al paracadute del proporzionale per giocarsela nel suo collegio di Roma, quello del quartiere di Monteverde dove è nato e cresciuto. Peccato che su quel collegio (difficile, ma non impossibile) avesse messo gli occhi il segretario dei Radicali alleati col Pd, Riccardo Magi, che hanno posto l’aut aut a Renzi: o ce lo dai o salta l’intesa. Alle 3 di notte Giachetti scopre di essere stato rimbalzato a Sesto Fiorentino, in un collegio che, nonostante le apparenze, è assai complicato per il Pd: un terno al lotto, e fuori casa, insomma. «In una sola notte è nato il PdR, il partito di Renzi», accusa Massimo D’Alema, e si intuisce una certa invidia visto che a lui non riuscì del tutto l’operazione PdA. Contro D’Alema, peraltro, il Pd va alla guerra schierando Teresa Bellanova, viceministro allo Sviluppo Economico e icona della sinistra, nel suo collegio. «Che il 5 marzo, spero, chiameremo “il collegio di Teresa”», chiosa Matteo Renzi.

Un parto difficile, in ogni caso, con doglie prolungate. Verso le otto di sera il segretario si presenta ai giornalisti che attendono accampati da ore, sorridente e in maniche di camicia bianca, nascondendo bene i segni delle lunghissime ore di travaglio, e annuncia: «Abbiamo messo la migliore squadra in campo per vincere le elezioni, con i più competenti e preparati a portare la fiaccola della speranza accesa in questi anni ». Ammette che «ci sono state molte polemiche, come sempre quando ci sono da fare le liste di nomi», ma ora «non è più tempo di fare polemiche: ci sono le elezioni da fare e c’è la possibilità di vincere».

La settimana prossima, annuncia, «presenteremo il programma con 100 punti di cose fatte e da fare». Il caso banche? «Vogliamo metterlo in campo in questa campagna elettorale e lo facciamo per esempio a Siena candidando Padoan: vogliamo dare un messaggio chiaro».

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