All’improvviso il risveglio. Che poi in realtà è anche un ritorno alle origini, cioè a quell’idea che lo Stato più che una Patria sia una Matria, dunque debba metterti la sciarpina al collo appena tira un refolo di vento, infilarti la canottiera dentro le mutande ai primi freddi, spegnerti la sigaretta e chiuderti il cellulare nel cassetto. La sinistrissima Spagna di Pedro Sanchez, ieri, ha approvato una legge severissima che vuole impedire di fumare sigarette all’aperto pressocché ovunque - eccezion fatta, per ora, per le abitazioni... - e rendere illegale la vendita di tabacco e svapo per i minorenni. Il giorno prima la Francia centrosinistrissima dell’ormai in caduta libera Emmanuel Macron ha deciso di vietare i social ai minori di 15 anni. Primo paese in Europa ad adottare una legislazione così severa. Sia chiaro: dopo anni di irragionevole permissivismo, un giro di vite può sembrare persino una buona notizia. Ma è il sotteso illiberale che preoccupa, il cortocircuito di chi ha tollerato tutto fino ad adesso e, improvvisamente, prende contromisure scomposte. Quelli del “vietato vietare” ora vogliono censurare tutto. Perché, alla fine dei conti, loro che si fingono “liberal”, in realtà hanno in odio i liberali, i libertari e financo i libertini. Ché sono tutti, a modo loro, troppo individualisti e quindi sfuggenti a ogni tipo di collettivismo, compreso quello sanitario. Sia in Francia che in Spagna, infatti, si assiste a una totale perdita di fiducia nella responsabilità individuale e la cosa pubblica s’intrufola nella vita privata. Nel mondo anglosassone questo atteggiamento viene definito “nanny state”, “stato balia”. Vorremmo vederli così severi e occhiuti con chi spaccia (droga e non sigarette), con i criminali, con i clandestini e con chi devasta le città e aggredisce le forze dell’ordine in nome di ideologie che dal secolo scorso non hanno ancora finito di seminare danni. Invece inseguono cicche e smartphone. Che il fumo faccia male lo sappiamo tutti da decenni e pure che i social non siano un paradiso virtuale precipitato nel mondo reale. Ma ci sono un sacco di ma. Le varie reti sociali - dall’anziano Facebook al più giovanile TikTok - sono senza ombra di dubbio un’arma a doppio taglio. Dipendenza, bullismo e contenuti tossici sono problemi reali che nessuno vuole nascondere sotto al tappeto. Ma sono problemi sempre esistiti e, soprattutto, mai fermati con la coercizione e i divieti. Un tempo a spaventare erano i fumetti, le riviste “clandestine”, poi la tv, i videogiochi e la neonata Internet, con quel rumore un po’ stonato dei primi modem, avviso ai naviganti di ingresso in un mondo che, allora come oggi per i social, era visto come pieno di rischi. Il vero nodo della questione è che le tecnologie hanno una velocità di avanzamento e penetrazione rapidissima, gli Stati un’agilità pachidermica nell’inseguire con lacciuoli e divieti. Quando riescono a legiferare il contesto è già cambiato. E sono destinati a rincorrere. O, come è stato fatto in Italia, a prevenire. È fondamentale, innanzitutto, un monitoraggio costante e responsabile da parte delle famiglie e l’adozione di tutti gli strumenti di controllo che la tecnologia mette a disposizione. E poi, come è stato fatto con successo in tutto l’Occidente per le sigarette, una costante opera di informazione e divulgazione. Vietare scelte private, invece, è una forzatura che smaschera la propria debolezza.

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