Quelle trame che affossano la politica

Quelle trame che affossano la politica

Uno come Pier Ferdinando Casini, uno che ne ha viste tante, che è stato testimone dell'eliminazione di un'intera classe dirigente con Tangentopoli, in quel «sì» del Senato al processo a Salvini con l'accusa di sequestro di persona per gli immigrati bloccati sulla motonave Gregoretti, non ci ha visto nulla di buono: solo un'altra picconata all'equilibro tra i tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario, in favore di quest'ultimo; di fatto, un altro passo indietro della politica. «Abbiamo creato un altro precedente si lamenta davanti all'ascensore nei corridoi di Palazzo Madama l'ex presidente della Camera dimenticando che la ruota gira per tutti. La prossima volta se Marco Minniti rimanderà indietro gli immigrati, ci sarà un giudice che lo accuserà di aver violato i diritti civili. Se il ministro della Sanità Speranza metterà 100 cinesi in quarantena per il coronavirus, magari spunterà fuori un giudice che lo metterà in galera».

L'altra faccia della medaglia, invece, è il populismo a fasi alterne grillino: Salvini è innocente se è un alleato; è colpevole se è un avversario. Vedi il caso della motonave Diciotti, vedi quello della Gregoretti. Ai 5stelle di argomenti come l'equilibrio tra i poteri, le prerogative del governo, i limiti che la Costituzione impone all'azione dei giudici e della politica, non importa un fico secco. «Non me ne frega una minchia sbotta il presidente grillino della Commissione Esteri, Vito Petrocelli questa è politica. È politica! Giusto o sbagliato che sia al Senato si giudica con il metro della politica».

Altra contraddizione nella commedia di ieri è il supposto imputato, Salvini. Il leader della Lega, invece, di difendere le sue prerogative e l'istituzione che aveva guidato, cioè il Viminale, ha chiesto nella logica della propaganda (elezioni in Emilia Romagna) di essere processato. Addirittura, un mese fa, nella giunta per le autorizzazioni a procedere impose ai leghisti di dare il via libera alla sua messa in stato d'accusa. Ieri ha seguito lo stesso copione («chi ha paura muore tutti i giorni»). «Si è paragonato addirittura a Trump ha ironizzato Emma Bonino perdendo il senso della misura». Poi, però, tirato per la giacca dai suoi, il leader leghista è arrivato al punto, ha affrontato il tema dell'equilibrio dei poteri davanti ai senatori: «Non bisogna portare la politica nei tribunali. Come pure tra noi non dovrebbe esserci né rabbia, né rancore. Dovremmo avere valori comuni perché le maggioranze cambiano. Io anche quando sarò in maggioranza non accetterò che un giudice entri in quest'aula».

Tutti questi ingredienti ieri hanno creato uno scenario surreale. I leghisti non hanno votato contro l'autorizzazione ma sono usciti dall'aula. I grillini da innocentisti sono diventati colpevolisti. I renziani hanno dimostrato di essere l'ago della bilancia. Metà di loro non ha partecipato al voto, a cominciare dall'uomo forte di Italia viva in giunta per le autorizzazioni, Francesco Bonifazi. «In Senato ha spiegato Renzi ai suoi la coalizione senza di noi non ha 161 voti, la maggioranza assoluta. Bonafede ha tempo 60 giorni. Da qui a Pasqua. O trova una soluzione sulla prescrizione, o votiamo la sfiducia. Se non cambia, non mangia la colomba».

In una confusione di argomenti, di ruoli, in un festival di segnali e contraddizioni ieri il sipario si è chiuso con Salvini che andrà a processo con l'accusa folle di sequestro di persona e con la politica, questo è il dato peggiore, che ne è uscita ulteriormente ammaccata. Per quanto riguarda gli equilibri, invece, Renzi ha dimostrato sia alla maggioranza giallorossa, sia all'opposizione di centrodestra, che è lui, almeno in questa fase, a determinare i giochi. Un segnale che i leghisti hanno recepito specie per il futuro, dato che la patata bollente per Salvini è il caso della «Open Arms»: in quella vicenda, infatti, a differenza della Gregoretti, il premier Conte chiese al Viminale di far scendere i migranti dalla nave e l'allora ministro dell'Interno fece spallucce. «Oggi l'epilogo era scontato ammette il leghista Stefano Candiani il vero pericolo è nel prossimo capitolo, il caso Open Arms. Bisogna lavorare sulle persone di buonsenso in Giunta. I renziani oggi hanno dato un segnale? Sì, ma io non ve lo dirò mai. La verità è che c'è bisogno di un cambio di governo, di un'altra maggioranza. Anche perché i grillini sui casi di giustizia non sono imparziali, la buttano sempre in politica».

Già, gira che ti rigira, quando nelle aule parlamentari i casi di giustizia vengono giudicati con gli occhiali della politica, la libertà di coscienza è un lusso, contano solo i governi e le maggioranze parlamentari. Alla fine si torna sempre lì. I calcoli si fanno sempre in quell'ottica e la politica al confronto con il protagonismo dei magistrati arriva, puntualmente, divisa e disarmata. Qualche mese fa, quando Matteo Renzi fu investito dall'inchiesta sui fondi alla fondazione Open tentò un approccio con Salvini con l'idea di trovare un punto di incontro, uno strategia che affrontasse finalmente la questione trentennale del rapporto tra politica e giustizia. Salvini gli rispose: «Ti assicuro che quando andrò al governo risolverò io il problema». È passata tanta acqua sotto i ponti, la ruota è girata e Salvini è diventato il bersaglio. Ma tutti continuano a far calcoli. Confida uno degli uomini più vicini a Renzi: «Ora i leghisti debbono mettere le carte in tavola. Debbono essere chiari. Debbono dimostrare di avere la forza di far saltare il banco, dimostrando che tutto il centrodestra è pronto a fare un altro governo con Draghi o giù di lì. Berlusconi magari ci sta pure. E la Meloni? Sarà capace Salvini di portarsela dietro, o resterà la sua spina nel fianco».

Solo che mentre gli altri, a destra come a sinistra, fanno calcoli, la politica perde terreno e la magistratura lo conquista. Basta guardare ai provvedimenti approvati in questi anni: anti-corruzione, traffico di influenze, l'eliminazione, nei fatti, della prescrizione. O per calcolo elettorale, o come prezzo di un'alleanza con i grillini, prima la Lega poi il Pd, hanno ceduto al populismo giustizialista. «Anch'io penso che l'accusa di sequestro di persona a Salvini non stia né in cielo, né in terra ammette con il linguaggio diretto del toscanaccio Andrea Marcucci, capogruppo dei senatori del Pd ma il primo a non difendere le prerogative della politica, a parlare di casta a inventarsi il traffico di influenze, a gridare processatemi nelle piazze emiliane per raccattare una manciata di voti, è stato lui. Io sarò pure liberale, ma non mi piace prenderla nel c...».

Appunto, recriminazioni e calcoli, come quelli che spiegò Ciriaco De Mita su un divano di Montecitorio trent'anni fa ad un giovane deputato, Michelangelo Agrusti, mentre l'aula di Montecitorio in piena Tangentopoli processava Craxi: «Se gli diamo Bettino, vedrai che i magistrati si accontentano, si calmano». La Storia insegna che furono calcoli sbagliati perché furono spazzati via non solo il Psi e la Dc, ma buona parte della Prima Repubblica. E la Politica che sopravvisse, si assoggettò all'altro Potere, quello Giudiziario.

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