Oggi alla Camera inizia l'iter della legge sul nucleare. Un tassello fondamentale della politica energetica del governo, che ha l'obiettivo di rendere il Paese meno vulnerabile agli choc energetici. Al testo ha lavorato il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha parlato del ddl come il mezzo per "definire un quadro giuridico perché poi si possano fare le valutazioni per l'avvio di produzione di energia da fonte di nuovo nucleare". Il testo non permetterà la costruzione di centrali nucleari domani mattina, quindi, ma consentirà al governo di mettere le basi per lo meno per considerare in futuro lo sviluppo della cosiddetta energia nucleare "sostenibile", con particolare riferimento alle tecnologie di nuova generazione e ai piccoli reattori modulari (i famosi Smr)
Il nucleare manca all'Italia ormai da quasi 40 anni. Il 25 ottobre del 1986 si spegneva la centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza. Era l'ultimo dei cinque impianti presenti in Italia, che fornivano al Paese fra il 4 e il 5% del fabbisogno elettrico nazionale. Già allora l'Italia pagava più cara l'energia, essendo dipendente dalle importazioni di combustibili fossili e più sensibile agli choc petroliferi. Da allora però quella forbice di prezzo non si è mai richiusa e, anzi, nei periodi di tensione sui mercati energetici si allarga drammaticamente.
Mentre il referendum del 1987, dopo il disastro di Chernobyl, pose fine al nucleare nel nostro Paese, altrove in Francia, Germania e Spagna si è continuato a puntare sull'atomo. Ancora oggi Parigi copre circa i due terzi del proprio fabbisogno elettrico con il nucleare, Madrid è intorno al 20%, mentre Berlino ha deciso di rinunciarvi solo a partire dal 2023 ma, negli anni di massima espansione, l'atomo copriva circa un quarto del fabbisogno elettrico tedesco.
Prendendo a riferimento le quattro principali economie europee, finora l'Italia nel 2026 si è trovata ad avere un prezzo medio all'ingrosso dell'energia fino ai 127 euro al megawattora. Più del doppio della Francia (60), quasi il triplo della Spagna (45) e comunque nettamente superiore alla Germania (96). Notare, quindi, come nell'ambito di anni di crisi energetica, le aziende francesi riescano ad avere quotazioni dell'energia all'ingrosso molto più convenienti di quelle italiane; lo stesso vale per la Spagna che, oltre al nucleare, ha un mix energetico molto diversificato che contempla un buon apporto delle rinnovabili e un'eccellente capacità di rigassificazione. Il Paese guidato da Pedro Sanchez, in questa fase, con nucleare e gas riesce a sopperire bene agli alti e bassi di eolico e fotovoltaico.
Dovessero rimanere queste quotazioni di energia all'ingrosso per tutto l'anno, considerando che l'Italia l'anno scorso ha consumato 311 terawattora di energia elettrica, facendo una stima il nostro Paese si troverebbe a pagare, solo di energia all'ingrosso, nell'intorno dei 40 miliardi.
Facciamo ora un confronto con il Paese Ue più nucleare di tutti, la Francia. Potessimo pagare l'energia all'ingrosso come da loro (60 euro al megawattora in media quest'anno), è possibile stimare un risparmio per l'acquisto di energia all'ingrosso nell'intorno dei 20 miliardi con i valori di quest'anno. Sono soldi che andrebbero a distribuirsi in più consumi e risparmi per le famiglie, oppure in più assunzioni e investimenti per le imprese. In due parole: più Pil. Il punto è che ogni investimento rinviato, o cancellato, è potenziale di crescita futura che si dissolve, ripercuotendosi su produttività del lavoro, salari e bilancio pubblico dello Stato.
Il confronto fa ancora più impressione se andassimo ad allargare il raggio di osservazione agli anni 2022-2026, un lustro particolarmente delicato perché nel 2022 avviene l'invasione russa dell'Ucraina e nel 2026 si apre il conflitto Usa-Iran con il blocco dello Stretto di Hormuz. Ebbene, se l'Italia avesse potuto avere le stesse quotazioni di energia all'ingrosso della Francia, avrebbe risparmiato complessivamente 72,5 miliardi di euro (in media 14,5 miliardi all'anno, praticamente come l'ultima manovra di bilancio).
Non si può dire con certezza quanto il solo nucleare abbia influito su questa differenza di quotazioni tra i due Paesi, ma è un dato di fatto che Parigi nei momenti di crisi abbia avuto oscillazioni molto meno forti sui prezzi dell'energia rispetto a un'Italia così dipendente dalle importazioni di gas per il suo mix energetico.
Considerando però che la Francia è il Paese che più di tutti rappresenta un riferimento per l'energia nucleare, si può dire che il mantenimento di una forte base nucleare abbia contribuito al vantaggio strutturale francese sui prezzi elettrici, insieme al mix produttivo e alla minore dipendenza dal gas. E che il nucleare, nella seconda manifattura d'Europa, avrebbe di certo abbassato il costo delle nostre bollette se non al livello di quelle francesi, quantomeno a livelli meno nefasti per il nostro tessuto produttivo.