Robinho e le risate sullo stupro Il Santos lo licenzia in tronco

L'ex campione del Milan rischia l'estradizione in Italia per la violenza: «Lei era ubriaca, non ricorda nulla...»

Per Robinho ritorno in Patria, si sblocca il mercato rossonero?

«Sto ridendo perché non mi importa niente, La ragazza era completamente ubriaca, non sa niente», dice Robinho. E Jairo Chagas, il musicista che lo ha avvisato dell'inchiesta: «Ci hai fatto sesso anche tu?», «No, ci ho provato». «Ti ho visto metterglielo in b...», «Questo non significa fare sesso». Una confessione al telefono, una dichiarazione che i giudici di Milano definiscono «autoaccusatoria». E che ora rischia di diventare una pietra tombale sulla carriera di uno dei più brillanti tra gli attaccanti brasiliani sbarcati in Italia: Robson de Souza Santos detto Robinho, il fuoriclasse che nel 2011 condusse il Milan alla vittoria del suo diciottesimo scudetto. Da allora in poi, ci sarebbe stata solo Juve. L intercettazione di Robinho viene resa nota venerdì da Globo Esporte e le conseguenze non si fanno attendere: ieri il Santos, il club di Rio de Janeiro dove milita il 36enne campione, lo licenzia in tronco.

Il comunicato parla di «risoluzione consensuale» per consentire a Robinho di «concentrarsi sulla sua difesa nel processo». Ma la sostanza è chiara: in Brasile finora le dichiarazioni di innocenza di Robinho erano state prese sul serio, anche dopo la condanna a nove anni di carcere per stupro da parte del tribunale di Milano. «È stato un rapporto consensuale»: così l'uomo ha sempre definito l'incontro con una ragazza albanese nel retro di un locale milanese nel 2013, anno della sua ultima stagione rossonera. Ora invece le intercettazioni sgretolano la sua linea difensiva: altro che rapporto consensuale, la giovane era così ubriaca da non rendersi neanche conto di quanto accadeva. È esattamente quanto il pm Stefano Ammendola sostenne nel processo in contumacia a Robinho celebrato nel 2017, parlando di uno stupro «aggravato dalla minorata difesa e psichica della donna». I giudici furono dello stesso avviso, e inflissero al calciatore una pena di inconsueta durezza, nove anni di carcere.

Robinho aveva preferito non aspettare in Italia l'esito del processo: alla fine del campionato 2013/2014, nonostante avesse ancora due anni di contratto col Milan, era precipitosamente ritornato in patria. Sapeva che nell'inchiesta milanese contro di lui pesava anche il precedente di qualche anno prima, quando una accusa identica era stata mossa di lui ai tempi del Manchester City, ed era stata poi archiviata: ma la nomea di un approccio non sempre corretto con l'altro sesso gli era rimasta in qualche modo addosso. L'episodio milanese, però, va aldilà dell'immaginabile: secondo la sentenza, Robinho si trova con la moglie e un gruppo di cinque amici al Sio Cafè, locale della movida milanese, quando adocchiano la ragazza. Allora fanno riportare a casa la moglie di Robinho e trascinano la ragazza nel retro dove la sottopongono a «plurimi e ripetuti rapporti sessuali». La sentenza è di tre anni fa, il processo d'appello non è stato ancora celebrato. Ma nei giorni scorsi, all'improvviso, i reporter brasiliani si mettono a caccia della sentenza. E alla fine la trovano.

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