da Roma
Che il "trattamento Zelensky" fosse il più gettonato degli scenari possibili lo avevano messo in conto anche a Palazzo Chigi, dove da tempo ci si interrogava su quanto ancora sarebbe stato possibile muoversi in equilibrio tra due estremi inconciliabili. Da una parte le esigenze della diplomazia e la consuetudine che viene dall'essere espressione di famiglie politiche affini, dall'altra le sempre più frequenti uscite fuori controllo di un Donald Trump senza più freni inibitori, tanto che anche un pezzo del mondo Maga dubita apertamente delle sue capacità mentali.
Alla fine la rottura tra Washington e Roma è arrivata ieri, con Giorgia Meloni che è stata investita dall'ennesima uscita fuori controllo del presidente americano. "Sono scioccato da Meloni, pensavo avesse coraggio ma sbagliavo. Non è più la stessa persona e l'Italia non sarà più lo stesso Paese. Lei è inaccettabile, perché non le importa se l'Iran ha un'arma nucleare e farebbe saltare in aria l'Italia in due minuti se ne avesse la possibilità", dice Trump al Corriere della Sera.
È una frattura netta e violenta. E che sarà difficile anche solo provare a ricomporre. Per tante ragioni. Perché l'ex tycoon è ormai fuori controllo e si muove seguendo il registro del presidente pazzo di un romanzo distopico (dalla distruzione della storica East Wing della Casa Bianca per farne un enorme salone da ballo dai costi proibitivi agli attacchi a Papa Leone, fino alle immagini postate sui social in cui si paragona a Gesù che miracola i malati). Ma anche perché Trump per le opinioni pubbliche delle democrazie occidentali è ormai diventato più radioattivo della kryptonite per Superman (ne sa qualcosa Viktor Orbán). E non è un caso che in Fratelli d'Italia ci sia chi guarda quasi con sollievo alla rottura di ieri. Magari non ci aspettava che il "trattamento Zelensky" sarebbe arrivato così a stretto giro, ma in molti pensavano da tempo fosse un punto di caduta inevitabile. E quindi, meglio prima che dopo.
D'altra parte, ovviamente a taccuini chiusi, sono mesi che si fatica a trovare un big di Fdi che non parli di Trump come di una persona "fuori controllo". E proprio ieri, interpellato sulla questione, un ministro non ha esitato a rispondere battendosi tre volte l'indice sulla tempia: "Donaldo the mad".
Questo il clima. D'altra parte, il fatto che Meloni e Trump non si sentissero da ben prima dell'attacco di Stati Uniti e Israele all'Iran è il principale termometro di una distanza che non è certo una novità di. Ma che proprio ieri è esplosa perché, spiegano da Palazzo Chigi, l'attacco al Papa è stato qualcosa che è andato oltre e su cui non era più possibile applicare la cautela felpata della diplomazia. Per questo ieri mattina la premier ha deciso di rivendicare la sua presa di posizione di lunedì a favore di Prevost. "Non so quanti leader hanno parlato come me su Trump, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza", dice polemica a favore di telecamere. Per poi aggiungere: "In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell'accordo di Difesa con Israele".
Insomma, due schiaffi. Uno a Trump e uno a Benjamin Netanyahu. Che costeranno qualcosa a Meloni sul fronte della politica estera, visto che il suo essere "ambasciatrice" delle ragioni europee verso Trump (così come verso Orbán) è stato in questi anni un punto di forza.
Ma la presa di distanza da "Donaldo the mad" - copyright via della Scrofa - è ormai una strada da cui difficilmente si tornerà indietro, al netto ovviamente del fatto che siano già in corso da ieri contatti ripetuti tra le due diplomazie per cercare di smussare il frontale (l'ambasciata italiana a Washington ha avuto diverse interlocuzioni con la Casa Bianca).
Non è un caso Galeazzo Bignami e Lucio Malan, capigruppo di Fdi a Camera e Senato, decidano di fare una nota per dire che "Italia e Stati Uniti sono nazioni amiche e alleate da lungo tempo a prescindere da chi governa".