Ma la Santa Sede è sempre scettica: «Lo giudicheremo dalle sue scelte»

Con Obama Papa Francesco aveva trovato piena sintonia A Trump invece aveva detto: «Chi erige muri non è cristiano»

Serena Sartini

Sarà certamente difficile ritrovare quella sintonia che si era creata tra Papa Francesco e Barack Obama. Una sintonia che attraversava numerosi temi: i poveri, l'ambiente, l'accoglienza, la pace, il dialogo. È stato grazie alla fine diplomazia vaticana Bergoglio nell'ombra ma regista che si sono riallacciati i rapporti tra Usa e Cuba interrotti per 54 anni. Insomma, un dialogo fruttuoso e di collaborazione quello rinsaldato negli anni tra Santa Sede e Stati Uniti. Dialogo iniziato con Ratzinger che inviò un telegramma di auguri nel gennaio 2008 in occasione del giuramento del primo presidente afro-americano e proseguito con Francesco. Due candidati partiti come assoluti outsider: nelle primarie del 2008 e nel conclave del 2013.

Ora alla Casa Bianca arriva il repubblicano Donald Trump. E con lui le relazioni diplomatiche non saranno semplici. Sarà un bel grattacapo, per Bergoglio in primis e per la diplomazia vaticana in generale, intavolare rapporti di collaborazione e sintonia su temi particolarmente importanti. Come quello dell'immigrazione. Ma Francesco non è insolito a simili imprese considerate da taluni perfino impossibili.

C'è da dire che anche il Vaticano ha accolto la notizia della vittoria di Trump con sorpresa. Non che la candidatura di Hillary Clinton convincesse la Santa Sede. «Troppo ideologica, è lontana da noi sui principali temi etici, è sostenuta dal colosso abortivo più grande d'America», fanno notare ora dai Sacri Palazzi. Non che con Trump andasse meglio. Distanze permangono sul tema dell'immigrazione, del dialogo con l'Islam, dell'accoglienza. Di ritorno dal viaggio in Messico, nel febbraio 2016, interpellato sul candidato repubblicano, Bergoglio aveva sottolineato: «Una persona che pensa soltanto a fare muri e non ponti, non è cristiana. Questo non è nel Vangelo». Immediata la replica del magnate americano, oggi Presidente: «Se e quando il Vaticano venisse attaccato dall'Isis, che come tutti sanno è il massimo trofeo che i terroristi vorrebbero avere, vi posso garantire che il Papa si metterebbe a pregare perché Donald Trump fosse il presidente». E subito dopo, per placare gli animi, il tycoon aveva chiarito: «Papa Francesco dice che Donald Trump non è una brava persona. Ma io sono una brava persona, davvero una brava persona. E sono un buon cristiano, orgoglioso di esserlo. Per un leader religioso mettere in dubbio la fede di una persona è vergognoso. Se diventerò presidente difenderò il cristianesimo, non come accade ora con questo presidente».

Ieri, dopo la notizia della vittoria di Trump, l'unico a intervenire della Santa Sede è stato il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin: «Facciamo gli auguri al nuovo presidente, che il suo governo possa essere davvero fruttuoso e assicuriamo la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga a servizio della sua patria, naturalmente, ma anche al servizio del benessere e della pace nel mondo. Credo che oggi ci sia bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale che è una situazione di grave lacerazione e grave conflitto». E sul primo discorso del 45esimo presidente americano, il porporato ha commentato: «Ha parlato da leader, vedremo come si muoverà, le sue scelte. In base a quelle si potrà dare un giudizio».

Sul confronto Trump-Clinton i vescovi americani si erano divisi. Particolarmente forte la posizione del vescovo di Philadelphia, monsignor Charles J. Chaput, che ha attaccato duramente Hillary, definendola «un'intrigante, bugiarda compulsiva con un eterno appetito per il potere e circondata da un entourage pieno zeppo di estremisti anti-cattolici».

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