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Il boom dell'oro segnala allarme

Per anni ci siamo raccontati che i titoli di Stato rappresentavano l'investimento privo di rischio, la base solida su cui costruire portafogli, politiche monetarie e stabilità finanziaria. Ma oggi in alcune latitudini quella narrazione mostra crepe evidenti

Il boom dell'oro segnala allarme

L'oro non risponde alle mode. Quando torna al centro della scena lo fa sempre per la stessa ragione: perché la fiducia negli strumenti che lo avevano temporaneamente relegato ai margini inizia a incrinarsi. Non è una questione di panico, ma di prudenza. E oggi la prudenza è tornata ad avere un prezzo. Negli ultimi due anni il metallo giallo ha vissuto fasi di forte volatilità, con movimenti repentini che hanno disorientato il risparmiatore meno allertato e confermato, invece, le scelte di banche centrali e investitori più strutturati. Ma l'oro - che la scorsa settimana ha toccato quota 5.600 dollari l'oncia per poi ripiegare appena sotto quota 5.000 - non è tornato protagonista per caso né per una moda passeggera alimentata dalla speculazione. È tornato perché qualcosa, nel rapporto tra mercati, debito sovrano e fiducia, si è incrinato in modo profondo.

Per anni ci siamo raccontati che i titoli di Stato rappresentavano l'investimento privo di rischio, la base solida su cui costruire portafogli, politiche monetarie e stabilità finanziaria. Ma oggi in alcune latitudini quella narrazione mostra crepe evidenti. I rendimenti salgono, ma la sicurezza diminuisce. Il debito cresce, ma la credibilità no. E quando la fiducia diventa un bene troppo scarso, il mercato cerca investimenti che non dipendano da promesse politiche o da equilibri fiscali sempre più fragili. È in questo vuoto che il metallo giallo ha ripreso centralità, non come strumento speculativo, ma come indicatore di una sfiducia sistemica che attraversa economie avanzate e mercati globali.

Accanto all'oro si muove anche l'argento, con dinamiche diverse ma una logica simile: più volatile, più esposto alla componente industriale, ma sempre più percepito come alternativa monetaria in un mondo che riconsidera il valore delle riserve reali. Le violente oscillazioni delle ultime settimane hanno suscitato grande esaltazione e insieme fornito argomenti a chi considera i metalli preziosi asset instabili. Ma la volatilità di breve periodo non cambia il quadro di fondo: oro e argento salgono perché sono sganciati dal rischio di default, dalle decisioni discrezionali dei governi e dall'erosione progressiva della fiducia nelle valute. Le banche centrali lo sanno e lo dimostrano con acquisti consistenti, non per inseguire il prezzo, ma per ridurre l'esposizione al dollaro e ai titoli di Stato americani, sempre più condizionati da dinamiche politiche, fiscali e geopolitiche. È un segnale che vale più di molte analisi accademiche. Se le istituzioni che stampano moneta scelgono asset che non rendono interessi ma non presentano rischio di controparte, significa che il paradigma è cambiato in modo strutturale. In altre parole, l'oro non è più solo una riserva passiva, ma una dichiarazione di autonomia finanziaria.

Per l'investitore privato il discorso è meno ideologico e più concreto. La sterlina oro o il tradizionale lingottino non sono una scorciatoia verso il guadagno facile, né una protezione assoluta da ogni rischio. Il prezzo è volatile, può correggere, può deludere chi entra inseguendo i massimi di mercato. Ma a differenza di azioni e obbligazioni non può fallire, non può essere svalutato per decreto, non dipende dalla sostenibilità fiscale di un singolo Paese o dalla credibilità di una banca centrale. Due anni fa nessuno avrebbe scommesso su questi livelli di prezzo, figuriamoci ipotizzare scenari di raddoppio. Eppure, senza evocare catastrofi né collassi sistemici, è legittimo osservare che, se il processo di diversificazione delle riserve, di riduzione della fiducia nel debito sovrano e di frammentazione dell'ordine monetario globale dovesse proseguire, l'oro avrebbe ancora spazio per crescere nel tempo: difficile dire dove potrebbe fermarsi.

Il suo valore non aumenta perché l'economia va male, ma perché l'incertezza è diventata strutturale. L'oro non produce reddito, è vero, ma oggi il reddito senza fiducia vale poco.

Non sostituisce investimenti produttivi, ma li affianca come strumento di equilibrio e protezione in una fase storica in cui, come abbiamo spiegato, anche il debito sovrano ha smesso di essere un rifugio automatico. L'oro non risolve i problemi del sistema finanziario globale, ma li segnala con chiarezza crescente. E quando un segnale diventa così persistente, ignorarlo non è prudenza. È distrazione.

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