Davanti alle immagini brutali dei pestaggi di poliziotti da parte dei militanti di Askatasuna e dei loro complici, la reazione della Procura generale di Torino è immediata: chiedere che nei confronti dei capi del centro sociale venga riconosciuto il reato di associazione a delinquere, che in primo grado nel marzo dello scorso anno era stato cancellato dal tribunale del capoluogo piemontese. La decisione viene resa nota dal pg Lucia Musto, che nel suo discorso all'inaugurazione dell'anno giudiziario - mentre le vie della città venivano devastate dai black bloc - aveva puntato il dito contro l'"area grigia di matrice colta e borghese" troppo benevola nei confronti delle violenze dei centri sociali. Il problema è che a mostrarsi spesso benevola verso le imprese in tutta Italia del movimento antagonista è anche la magistratura. L'elenco dei processi terminati con condanne poco più che simboliche è lungo. E i violenti che sono finiti in carcere a espiare la loro condanna si contano sulle dita d'una mano. La sentenza del 31 marzo scorso assolse i capi di Askatasuna dal reato di associazione delinquere smantellò quasi del tutto anche il resto delle accuse: tanto che degli 88 anni di carcere complessivo chiesti dai pm ne vennero inflitti solo 21, e la lettura del verdetto fu festeggiata in aula con cori e abbracci. C'è un altro reato che i tribunali sono riluttanti a attribuire ai picchiatori in tuta nera, quello di devastazione: il primo Maggio 2015, all'inaugurazione dell'Expo, Milano venne messa a ferro e fuoco dai centri sociali: al processo, però, gli imputati vennero tutti assolti dall'accusa di devastazione, e condannati a pene blande per gli altri reati. Se la cavò con due anni di pena, senza finire in carcere, anche il militante ritratto mentre bastonava a terra un funzionario di polizia: come accaduto l'altro giorno a Torino. Sempre a Torino il 22 febbraio 2018 attacca la polizia che presidia un hotel dove è riunita Casapound, cinque ultrà finiscono a processo: tutti assolti (l'unica a venire punita è una maestrina ritratta mentre insulta i poliziotti, che viene licenziata). Ancora a Torino, nel 2021 si celebra il processo ai due capi di Askatasuna, Andrea Bonanno e Giorgio Rossetto, per gli scontri del 2017 in via Po: assolti entrambi, alcuni loro compagni vengono condannati senza infierire, la pena più alta è un anno di carcere; nel 2023 i militanti di Ksa, il braccio studentesco di Askatasuna, se la cavano con qualche mese di pena. Nel 2019 a Genova il tribunale assolve in blocco dall'accusa di resistenza gli imputati per gli scontri di tre anni prima. A Brescia vengono giudicati nel 2020 quattordici accusati per gli attacchi alla polizia durante le commemorazioni per piazza della Loggia: zero condanne, anche perché dai fatti sono passati otto anni e i reati si sono prescritti. Non è l'unico caso in cui la giustizia nei confronti degli antagonisti si mostra, oltre che blanda, anche molto lenta: a Firenze il processo per l'assalto alla polizia del 2014 si celebra otto anni dopo, e anche lì fioccano prescrizioni e pene indulgenti. Per l'attacco antagonista a Genova a un comizio di Matteo Salvini il processo si celebra addirittura nove anni dopo: tutti assolti o prescritti. E così via, una lunga lista di sentenze che a volte nega che le violenze ci siano state, altre che gli imputati vi abbiano partecipato.
Di fatto quasi nessuno va in carcere, né prima né dopo: le due ragazze del centro sociale Lambretta arrestate alla fine della devastazione della Stazione Centrale nel settembre 2023 vengono liberate dopo due giorni. E si vedono annullare dal Tar anche il Daspo.