Cronache

Scafista arrestato e liberato adesso chiede asilo politico

Oltre il danno la beffa. Per i giudici, nonostante le testimonianze, le prove contro M.T. sono deboli. E lui ne approfitta subito per accasarsi in Italia

Scafista arrestato e liberato adesso chiede asilo politico

Stavolta troppi indizi non hanno fatto una prova. E così, M. T., lo scafista (a questo punto presunto) che il 22 luglio scorso si è spiaggiato sulle coste messinesi col suo carico di disperati, è tornato in libertà. Il gip Giovanna De Marco lo ha interrogato nel carcere di Gazzi, dove lo aveva confinato il pm a conclusione di una indagine lampo condotta dall'Ufficio immigrazione della Questura di Messina e dalla locale Squadra mobile, ma ha dovuto ammettere che le accuse a suo carico erano deboli e inconsistenti. Anzi, confuse e contraddittorie per usare i termini che risuonano nel provvedimento del giudice siciliano. Perché non bastano le dichiarazioni di quanti lo hanno (lo avrebbero) riconosciuto alla guida del gommone che, una decina di giorni fa, ha puntato il muso verso l'Italia partendo dalle coste sabbiose della Libia. Serve altro, serve di più. E soprattutto servono indizi concordanti. A bordo della carretta del mare c'erano bambini, donne e uomini. Quasi seicento ne hanno contati i militari del pattugliatore della Guardia Costiera «Cp 941 Paciotti» che hanno raccolto l'Sos lanciato nel mezzo del Mediterraneo. Una richiesta d'aiuto partita da un cellulare satellitare, hanno raccontato numerosi testimoni oculari, usato proprio dal giovane M. T. durante la traversata che però non è stato trovato a bordo. Che fine ha fatto? Il gip ha annullato il decreto di fermo per sfruttamento dell'immigrazione clandestina perché, appunto, tante cose non quadrano nella mini-inchiesta della polizia. I naufraghi hanno riconosciuto l'aguzzino ma non in maniera convincente, secondo il magistrato. Le descrizioni in parte convergono e in parte no, e anche i rilievi fotografici non hanno portato a una identificazione certa. C'è chi ricorda un dettaglio, chi un altro. Chi smentisce, chi conferma. Gli sventurati, quasi tutti provenienti dall'Africa subsahariana, avevano riferito che il feroce Caronte li avrebbe addirittura minacciati poco prima di approdare al molo Marconi, a Messina, perché non lo denunciassero lasciandogli in questo modo il tempo di mimetizzarsi sulla banchina insieme agli altri passeggeri. Ai poliziotti che li hanno interrogati, i migranti hanno raccontato – stavolta con una precisione, però, che non lascia adito a dubbi – le modalità e l'organizzazione del viaggio. Hanno tutti pagato somme di denaro (in dollari) a cittadini libici, spesso aiutati da stranieri che operavano tanto da mediatori tanto da interpreti. Una circostanza, questa, che conferma quanto già ipotizzato dai servizi di intelligence anche italiani sul traffico di esseri umani lungo le coste del Mare Nostrum: a gestire questo enorme business sono gruppi organizzati africani e mediorientali. I migranti di Messina, in particolare, hanno parlato di uomini armati addetti al trasferimento dai rifugi di fortuna alle spiagge e poi alle imbarcazioni. Ora che il presunto scafista è stato liberato, si è già messo in fila per chiedere asilo come tutti gli altri. D'altronde, il gip ha stabilito che non c'è certezza che sia il nostromo del terrore, e con l'istanza non c'è incompatibilità. A meno che il 22enne non decida di fuggire, alla prima occasione, per evitare nuovi guai. D'altronde, se tornasse tra qualche tempo, magari con una nuova identità, chi se ne ricorderebbe?

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