Guerra in Ucraina

Scholz da Xi. Usa, rebus fondi a Kiev

I 4 punti "anti-crisi" di Pechino. La Camera scorpora il voto sugli aiuti all'Ucraina

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I nuovi aiuti militari Usa all'Ucraina rimangono appesi a un filo. Il piano dello speaker repubblicano della Camera Mike Johnson, che per mesi, su pressione dell'ala conservatrice e trumpiana del sua maggioranza, ha tenuto bloccato il pacchetto già varato dal Senato, è pieno di insidie. Dopo l'attacco dell'Iran a Israele, e dopo avere incontrato Donald Trump a Mar-a-Lago e parlato lunedì sera col presidente Joe Biden, Johnson ha annunciato l'intenzione di scorporare le misure contenute nel disegno di legge complessivo da 95 miliardi di dollari già votato dal Senato: aiuti a Israele, Ucraina (65 miliardi), Taiwan e altre priorità di sicurezza nazionale. Al voto su ciascuna misura, Johnson intende aggiungere quello su un pacchetto pensato per venire incontro ad alcune delle richieste dei «ribelli»: tra l'altro, la confisca degli asset russi e l'inquadramento di una parte degli aiuti a Kiev sotto forma di prestito.

Per la pattuglia di duri e puri del Gop, che subordinavano i nuovi aiuti all'Ucraina al varo di nuove misure anti immigrazione al confine col Messico, non basta. «Non ha mantenuto le promesse», ha tuonato la pasionaria trumpiana Marjorie Taylor Greene, che da settimane ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti dello speaker. A lei si è unito martedì un altro deputato Gop, Thomas Massie. «Non mi dimetto», la risposta dello speaker alla richiesta di farsi da parte. La strategia di Johnson fa affidamento sul sostegno bipartisan dei Democratici, ma il percorso è tortuoso. Ciascun voto sarà una scommessa sulla tenuta di questa fragile alleanza, soggetta agli umori degli ultra conservatori e ai post al vetriolo di Trump, mentre gli stessi Dem sono divisi al loro interno sugli aiuti a Israele.

Ce n'è abbastanza, dopo mesi di stallo, per suscitare l'ira di Volodymyr Zelensky, che temendo l'ennesimo stop ha definito «vergognoso» lo spacchettamento degli aiuti e lamentato il doppio standard che Usa e alleati userebbero nei confronti di Israele e Ucraina. «Israele non è un Paese della Nato, ma i suoi alleati, compresi i Paesi della Nato, lo hanno difeso, ha supporto nei cieli, non sulla carta», ha detto il presidente ucraino. Zelensky ha invece aperto al «ruolo attivo» che la Cina potrebbe giocare «per accelerare una pace giusta».

Le sue parole sono giunte dopo l'incontro a Pechino tra Xi Jinping e Olaf Scholz, dal quale è emerso il sostegno di Cina e Germania alla proposta svizzera di una conferenza di pace per l'Ucraina oltre a un piano di pace in quattro punti varato dalla Cina. Un annuncio che trova d'accordo anche il Cremlino, che col portavoce Dmitry Peskov parla di «approccio equilibrato e costruttivo» di Pechino.

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