"È uno scontro indegno dove hanno tutti torto. Il Guardasigilli spieghi"

Il deputato azzurro ex Csm: "Altro che boss, nel 2018 capì che Di Matteo non era adatto"

"È uno scontro indegno dove hanno tutti torto. Il Guardasigilli spieghi"

Una «indegna gazzarra» di cui oggi, nel question time alla Camera, chiederà spiegazioni al ministro della Giustizia: questa per Pierantonio Zanettin, deputato di Forza Italia ed ex membro laico del Csm, è stata quella andata in onda domenica sera tra lo stesso ministro, Alfonso Bonafede, e il pm Nino Di Matteo. Ma sullo scenario che ha generato lo scontro Zanettin sembra avere le idee già piuttosto chiare.

Chi ha ragione tra Bonafede e Di Matteo?

«Ma hanno torto tutti e due! Dal punto di vista istituzionale è stata una cosa gravissima da parte di entrambi, né un ministro né un magistrato possono telefonare a una trasmissione per rinfacciarsi cose simili. Dopodiché è un dato oggettivo che Bonafede ha risposto in modo scomposto dicendo cose che non stanno né in cielo né in terra».

Secondo lei come sono andate davvero le cose nel 2018, quando Bonafede chiamò Di Matteo per offrirgli un posto al ministero?

«Ormai è chiaro, Bonafede doveva creare il suo staff, Di Matteo per i 5 Stelle era un mito, così lo chiama a Roma e gli parla dei due posti, il Dap, ovvero la direzione delle carceri, e gli Affari interni, che non c'entrano più niente con gli Affari penali che erano l'incarico di Falcone, sono un posto di secondo piano dove si organizzano gli esami di avvocato e i casellari. Due giorni dopo Di Matteo torna a Roma e ovviamente dice al ministro che ha scelto il Dap. Ma nel frattempo Bonafede ha cambiato idea».

E come mai? Perché i mafiosi in carcere avevano reagito male, come dice Di Matteo?

«Ma quando mai... Per un politico che si rispetti le minacce dei mafiosi sono assolutamente irrilevanti, non credo che nessuno si spaventi perché i Graviano dicono la loro. No, io credo che in quelle ore Bonafede abbia ricevuto pressioni da ambienti politici, istituzionali e anche giudiziari che gli hanno spiegato che Di Matteo non era la persona adatta. Bonafede non lo ammetterà mai, ma è andata così».

Perché non era adatto?

«Di Matteo lo conosciamo bene, un magistrato coraggioso ma totalmente privo della sobrietà e della riservatezza che servirebbero in un ruolo istituzionale, uno che andava ai festival del Fatto a lanciare strali contro il capo del governo. Il Movimento 5 Stelle lo adorava, poi una volta arrivato al potere ha capito che sarebbe stato ingovernabile. Ci siamo dimenticati gli strali di Di Matteo persino contro Napolitano? Ecco, proprio la telefonata di domenica sera ci conferma che Di Matteo non era adatto al Dap».

Quindi Bonafede fece la scelta giusta.

«Sì, ma non per merito suo. Gli hanno detto: ci dispiace che ti sei sbilanciato, ma Di Matteo lì non ce lo puoi mettere».

E adesso Bonafede come ne esce?

«Un disastro. Conte lo difende perché è stato lui a tirarlo dentro il Movimento. Umanamente ci sta. Ma la politica è un'altra cosa».

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