Un intelligente, delicato, ironico film che riscatta la figura del padre, è Buen camino di Checco Zalone. Sento e leggo che negli altri suoi film si rideva di più, perché le battute politicamente scorrette erano più immediate e originali. Poco importa, e sarebbe un altro discorso da fare, perché Checco tra un sorriso e un'imprecazione continua con sottile efficacia a sottolineare l'importanza del padre nella nostra vita quotidiana, a ricostruire sempre di nuovo il rispetto stesso dell'immagine paterna. In precedenza, nel film Sole a catinelle, Nicolò, figlio di dieci anni, in un rapporto freddo e diffidente verso il padre con cui è costretto a passare le vacanze, giorno dopo giorno incomincia a stimarlo, poi ammirarlo per il modo unico, stravagante, originale con cui risolvere i loro problemi, sempre con la gioia sul viso, sempre fiducioso, mai vinto anche quando il successo appare una chimera. E la canzone Superpapà, che celebra "un supereroe che batte tutti quanti gli altri anche se non ha le ali, non ha missili, non ha nemmeno un razzo", intona la grande alleanza di padre figlio, invincibili quando uniti.
Nel film Quo vado, geniale santificazione del posto fisso, niente fa incrinare la ferrea convinzione di Checco che l'impiego statale sia l'essenza metafisica dell'uomo nel mondo. Solo la nascita della figlia gli fa capire quale sia il ruolo centrale di un padre perfino superiore alla bellezza astrale del posto fisso.
In quest'ultimo Buen camino, il padre Checco se la deve vedere con la madre di sua figlia, che è moglie separata, femminista, con un compagno palestinese di sinistra e regista teatrale peggio di così o meglio di così (punti di vista). Checco è un ricchissimo padre sgangherato, disprezzato dalla figlia per la sua sguaiataggine, e tuttavia durante il cammino per Santiago di Compostela, un cammino di formazione, comprende cosa significhi essere padre e quanto importante sia l'amore, la fiducia, il rispetto della figlia che, alla fine, rifiuta la madre femminista e socialista per stare col padre che è soltanto un padre.
C'è una discreta, silenziosa di citazione che vale la pena ricordare. La fotografia finale del film mi ricorda quella di Tempi moderni, in cui vediamo Charlot di spalle mentre cammina al centro di una lunga strada deserta, tenendo per mano la sua amata. Non è l'innamorata, ma sua figlia tenuta per mano da Checco nell'ultima scena del film. È il simbolo di una necessaria alleanza; padre e figlia, per mano, lungo la strada che porta al futuro, alla speranza.
Se non per altro, per questa sottolineatura senza enfasi del fondamentale significato della figura del padre, va ringraziato Checco Zalone.
Un significato, questo sì, oggi tanto politicamente scorretto, su cui un semplice sorriso ci riporta alla verità dei nostri tempi: padri dimenticati a cui non si riconosce l'importante funzione educativa; padri rapidamente confusi in una abbietta visione patriarcale della società da chi non comprende che il padre è la storia, quella che dà radici e memoria all'avventura umana di ciascuno di noi in questa vita.