Mariama viene portata all'alba in un luogo appartato, così quando urla non la sente nessuno. La "tagliatrice" procede in pochi minuti e la mutilazione genitale avviene con lamette disinfettate artigianalmente. Poi la madre e la nonna le legano le gambe per almeno dieci giorni per rendere più rapida la cicatrizzazione. Dopo questa fase la ragazzina sarà lentamente reintrodotta nella comunità dove verrà colmata di doni e festeggiata per il suo ingresso nel mondo femminile.
Non siamo nella più sperduta tribù africana ma in Italia. Dove l'Islam si impone con tutta la sua violenza e calpesta i diritti delle bambine impedendo l'espressione della loro femminilità, soffocando ogni forma di libertà e di integrazione. Lo stesso destino di Mariama lo subiscono Fatou, Shamalia, Amal e altre 16mila ragazzine sotto i 15 anni destinate alla mutilazione.
Le donne già sottoposte all'intervento e che vivono nel nostro Paese sono invece 88mila, come documenta un'indagine dell'università Bicocca di Milano, dell'università di Bologna e dell'istituto Ismu. Numeri impressionanti che raccontano di una pratica oscena e clandestina, come conferma lo stesso ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Il reato di mutilazioni genitali è stato introdotto con la legge Consolo, ma le adozioni sono aumentate e i flussi migratori anche. "Bisogna fare di più - interviene la senatrice di FdI, Cinzia Pellegrino in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili -. È necessario rafforzarne l'efficacia. Servono rapporti annuali sulla sua attuazione, l'obbligo di formazione per i professionisti sanitari e l'ampliamento della nozione di pratiche rituali che comportino la rimozione dei genitali femminili, da considerarsi perseguibili come reato. Fermiamo questo genocidio silente".
Anche perché altrimenti si rischia di buttare via risorse e finanziamenti. Il ministero della Salute tra il 2005 e il 2025 ha trasferito alle Regioni oltre 18,3 milioni di euro per attività di prevenzione, formazione e assistenza. A fronte di questi stanziamenti, "mancano - aggiunge ActionAid - dati completi sugli interventi realizzati, sui risultati raggiunti e sui territori coinvolti, rendendo impossibile una valutazione trasparente dell'efficacia delle politiche adottate".
Secondo ActionAid, "questa carenza emerge in modo evidente anche nel funzionamento del numero verde nazionale contro le mutilazioni genitali femminili (800.300558), attivo dal 2009 e gestito dal ministero dell'Interno". In 16 anni ha registrato 228 telefonate, senza alcuna chiamata nel triennio 2017-2019, e solo nove segnalazioni riconducibili a casi di mutilazione genitali femminili, a fronte di quasi 5 milioni di euro allocati tra il 2009 e il 2025 per il suo funzionamento - di cui oltre 3,6 milioni non risultano spesi.
È ancora piuttosto alta la disinformazione sulla pratica, sulla discriminazione e sul dolore (fisico e psicologico) che comporta. Dall'indagine di Ipsos condotta per Amref Italia, solo il 7% si dichiara molto informato. Dato che sale all'11% tra la Gen Z. Elevata la quota dei dubbiosi: il 38% non è certo se siano presenti oppure no in Italia, attualmente, donne/ragazze che hanno subito mutilazioni genitali, ed è il 42% della Gen X a ritrovarsi in questa incertezza.
Indagando sull'idea di quante donne/ragazze che hanno subito MGF vivano in Italia, solo il 2% ha risposto esattamente (tra 80 e 100mila), il 67% tende a sottostimare il fenomeno e di questi il 41% pensa che non siano più di 5mila.