Un ministro della Salute «a sua insaputa» su vaccini, sorveglianza attiva, green pass e lockdown, mentre gli italiani morivano e le cure non c’erano, non arrivavano. In otto ore Roberto Speranza in commissione Covid recita il ruolo di chi in pandemia non ha deciso quasi nulla, alle domande di Fratelli d’Italia risponde «non so», «non ricordo», «non posso rispondere» mentre l’opposizione prova più volte a far saltare i lavori con urla e interruzioni, «gettando fumo negli occhi per coprire la figuraccia», sottolinea Augusta Montaruli (Fdi). Speranza si difende «a testa alta» anche sui 3,5 miliardi di euro sprecati in vaccini mai utilizzati («Li ha comprati la Ue ma non volevo restare senza»), sapeva un potenziale effetto collaterale a lungo termine era «molto pericoloso» perché c’era scritto sui contratti che manlevavano le società farmaceutiche a carico degli Stati ma spacciò ugualmente i vaccini come «garanzia di non contagiare e non essere contagiati», tesi scientifica allora infondata come quella sul green pass. Alla fine il presidente Marco Lisei lo avverte: «Dovrà tornare».
Il deputato Pd dimentica di citare le carte che giustificherebbero dal punto di vista scientifico il fallimentare protocollo domiciliare «Tachipirina e vigile attesa», non chiarisce la dinamica del lockdown nazionale, fissato in una riunione carbonara il 6 marzo con lui assente di cui ha parlato in commissione Covid l’ex coordinatore Cts Agostino Miozzo, quando i commissari gli ricordano che la Zona rossa nella Bergamasca andava chiusa da almeno cinque giorni perché glielo scrisse invano il presidente Iss Silvio Brusaferro, lui dice che quella mail non la vide. Sappiamo anche che Giuseppe Conte ipotizzò «motivi economici ma anche politici» dietro la mancata chiusura della Bergamasca, con i sindaci Pd e i parlamentari dem dietro le quinte a resistere al pressing «chiusurista» di Regione Lombardia, con Attilio Fontana e l’allora assessore Giulio Gallera bacchettati persino dal «Corriere della Sera» a fine febbraio 2020 perché ostinatamente convinti a chiudere. Avevano ragione loro, contrariamente a quanto sostengono ancora oggi quotidiani come «il Domani», secondo cui la colpa dell’esplosione della pandemia dalla Lombardia a tutta Italia sarebbe solo colpa del Pirellone.
Quando il capogruppo Fdi alla Camera Galeazzo Bignami fa ascoltare Giuseppe Conte dire a Otto e mezzo il 28 gennaio 2020 «Siamo prontissimi» scoppia la rissa ma lo scontro si accende davvero sui mancati trial di monoclonali Eli Lilly ai primi di ottobre 2020, farmaci salva vita per fragili e immunodepressi che avrebbero potuto scongiurare il secondo lockdown e 20mila morti, la cui sperimentazione era così avanti che lo Spallanzani aveva preparato i protocolli. Il filone, aperto da una serie di scambi che l’ex dg della prevenzione Ranieri Guerra ha depositato lo scorso anno durante la sua audizione presso l’organismo parlamentare, rischia oggi di avere risvolti pesantissimi su farmaci «salvavita» che Aifa avrebbe rispedito al mittente per salvaguardare interessi di partito quando ancora non esistevano né vaccini né cure.
Dopo l’audizione dello scienziato italo-americano Guido Silvestri lo scorso martedì che ha sbugiardato Speranza, il senatore Fdi Antonella Zedda cita un virgolettato choc. Nell’ottobre 2020, il capo della segreteria politica di Speranza, Massimo Paolucci, avrebbe infatti rivelato all’ex senatore grillino Elena Fattori che «loro si erano già impegnati con un’altra ditta toscana per una sperimentazione sui monoclonali». Si tratta proprio della Toscana Life Sciences, operante nell’orbita di interessi rivendicati dal Partito democratico. La donazione e i trial clinici sarebbero saltati non perché Eli Lilly avrebbe rinunciato alla donazione, ma perché dietro il niet di Aifa con la scusa che serviva l’ok di Ema alla sperimentazione (che arriverà solo a marzo 2021) ma per questi accordi indicibili sulla pelle degli italiani. La Tls - società in orbita Pd che ha fatto causa al ministero della Salute - doveva produrre 200mila monoclonali made in Italy che non arriveranno mai, per cui erano previsti fino a 380 milioni di investimenti decisi dall’allora commissario all’Emergenza Domenico Arcuri che il suo successore Francesco Paolo Figliuolo ha deciso di non onorare.
«L’onorevole Speranza si trincera dietro una nota stampa di Aifa di dicembre 2020 secondo cui “non c’è mai stata la proposta di donazione”. Eppure ha anche detto che sapeva benissimo ci fossero interlocuzioni formali e informali tra la dirigenza di Eli Lilly, Aifa e vertici del ministero della Salute», lo punzecchia la Zedda. Chi segue i lavori di commissione come fa il Giornale, sa benissimo che tutte le volte che si tratta di monoclonali le opposizioni fanno barricate, capeggiate dalla senatrice Ylenia Zambito (scienziata prestigiosa e ricercatrice farmaceutica che all’epoca dei fatti era una figura apicale del Pd toscano). Negli scorsi giorni, Il Giornale ha rivelato che Tls, definita da Speranza nella precedente audizione «un fiore all’occhiello», ha portato in causa proprio il ministero della Salute per fatti attinenti a quando proprio Speranza era ministro, batte cassa per vaccini prodotti fuori tempo massimo in partnership. «Questa vicenda rischia di essere un secondo caso Jc-Electronics a carico degli italiani. Come avvenuto con l’azienda che si è vista stracciare un contratto per la vendita di mascherine, infatti, Speranza e Arcuri compiono decisioni che poi nei tribunali pagano i contribuenti”. Il Governo Conte aveva dimostrato l’intenzione di investire 380 milioni di soldi pubblici in un’azienda che, come ha dichiarato lo stesso Speranza, non ha prodotto nemmeno un monoclonale per il periodo in cui sarebbero serviti, che Figliolo ha rifiutato di pagare e che ora batte cassa in una causa contro lo Stato». «Che cosa ci nasconde Speranza», ha tuonato Bignami in commissione? Bisognerà aspettare la terza audizione per capirlo. Il 23 novembre toccherà invece all’ex premier Conte.
