Le sbarre di un cancello alle spalle, il cielo di Torino che si riflette sul cemento, un uomo senza casco inginocchiato a terra, l'altro che lo sostiene. Alessandro e Lorenzo, nessuno dei due arriva a trent'anni, e non portano soltanto una divisa. Sono vite e storie e stipendio a fine mese e per mestiere fanno i poliziotti. Questa foto in fondo non ha bisogno di parole. È una scultura di carne e passione. È un attimo di profonda umanità e sa di antico. Sono Eurialo e Niso, Cloridano e Medoro. È la complicità dell'amicizia che ha appena sfiorato la tragedia. È un gesto minimo e universale. Lo stesso gesto che attraversa le battaglie di Omero, le tele di Caravaggio, le trincee del Novecento. Il gesto che dice: non sei solo, non adesso, non qui. Due uomini, non due simboli. Due uomini che fanno quello che fanno gli uomini da sempre quando il mondo si spezza: restano. In questa foto la divisa pesa. Non come autorità, ma come stoffa bagnata, come metallo freddo, come responsabilità che schiaccia le spalle. Il poliziotto che regge l'altro non guarda la folla, non guarda il cielo, non guarda nemmeno l'obiettivo. C'è qualcosa di profondamente italiano in questa scena. Non l'ordine, non la rivolta, ma la cura improvvisata, il gesto che nasce prima della legge e prima dell'ideologia. Una mano sulla schiena, un corpo che si piega per fare scudo, una solidarietà che non chiede permesso. È un'immagine che non assolve e non condanna. Sta lì, come una frase sospesa, e chiede solo di essere guardata senza urlare. Non serve retorica, non servono giudizi, non ricominciate con il solito giro di parole.
Non dite, per favore, l'aggressione non è cosa buona, però, magari, a pensarci bene, quei due in fondo se la sono cercata. È qui infatti il non detto. Alessandro e Lorenzo nello sguardo di chi ci mette sempre un "ma" restano poliziotti. Sono comunque presunti colpevoli.