Subito in fumo 100mila posti Ira delle imprese sul governo

L'Unione artigiani di Milano: "Non rinnoveremo più i contratti a termine". Ecco il danno per il sistema Italia

Subito in fumo 100mila posti Ira delle imprese sul governo

Il decreto Dignità costerà all'Italia la perdita di almeno 100mila posti di lavori in mancati rinnovi di contratti a tempo determinato. Di questi, 20mila nella sola Lombardia. Lo sostiene Marco Accornero, segretario generale Confederazione delle Libere Associazioni Artigiane Italiane-Unione Artigiani di Milano e Monza che spiega a Il Giornale i motivi per cui l'associazione sconsiglierà «immediatamente» alle imprese artigiane che rappresenta (15mila iscritti tra Monza e Milano) «stipula e rinnovo dei contratti a tempo determinato». Per Accornero, infatti, i rinnovi dei contratti a tempo determinato «con le nuove regole e la reintroduzione delle causali, diventano altamente insidiosi per le imprese sottoposte a seri e concreti rischi di aperture di contenzioso con i lavoratori». Insomma il percorso intrapreso da Luigi Di Maio, vice premier e ministro dello Sviluppo economico, del Lavoro e delle Politiche sociali, più che «dare un colpo mortale al precariato», lo crea. E, seppure lastricata di buone intenzioni, è una strada che conduce dritta all'inferno», quello della disoccupazione.

La normativa, approvata lunedì dal consiglio dei Ministri e destinata a riformare il Jobs Act, introduce vincoli restrittivi alla disciplina dei contratti di lavoro a termine. Più in dettaglio il limite massimo di durata dei rapporti si riduce da 36 a 24 mesi e il numero di proroghe da 5 a 4, mentre i contributi in capo al datore aumentano: l'addizionale sulla retribuzione a scopi previdenziali sale dall'1,4% all'1,9% e, ad ogni rinnovo, scatta un ulteriore aumento pari allo 0,5 per cento. Non solo. Per i contratti a tempo determinato più lunghi di dodici mesi (o dal primo rinnovo in poi) all'azienda sono richieste le temute «causali».

In questo scenario ad essere penalizzate sono prima di tutto le imprese artigiane, troppo piccole per affrontare il rischio di lunghi contenziosi con i dipendenti e, allo stesso tempo, bisognose di maggiore flessibilità rispetto alle aziende più grandi per affrontare commesse impreviste. «Si consideri che in media le nostre associate hanno tre dipendenti. Un irrigidimento dei vincoli come previsto dal decreto Dignità, rappresenterebbe un laccio quasi mortali per le aziende» sostiene Accornero che comunque sottolinea come nell'ambito sempre delle imprese artigiane che rappresenta «i contratti a tempo determinato siano prevalentemente proposti ai giovani, under30, come alternativa ai contratti di apprendistato o successivi proprio a questi ultimi». Non si tratta insomma di uno strumento destinato a dipendenti iper-specializzati e neppure volto a precarizzare a vita i collaboratori. Un posto fisso di lavoro in più per un'azienda con tre impiegati significa un incremento della forza lavoro del 25% e, in uno contesto economico dominato dall'incertezza, per una micro impresa trovarsi da pagare indennizzi (la riforma prevede che in caso di licenziamento senza giusta causa l'indennizzo possa essere pari a 356 stipendi) e spese processuali, potrebbe persino essere una questione di vita e di morte.

Per questo per le aziende potrebbe risultare più conveniente investire su una nuova risorsa, seppure non debitamente formata, piuttosto che rinnovare un contratto preesistente, rischiando di essere trascinate in tribunale dal lavoratore. Oltre la metà dei contratti a tempo determinato che, generalmente, sarebbero rinnovati dalle imprese una volta giunti a scadenza, potrebbero quindi saltare, lasciando a casa, secondo le stime di Accornero, non meno di 100mila persone. Sempre che, prosegue, «il Parlamento, in sede di conversione del decreto, non ne riveda i contenuti, mitigando se non ripristinando quella minima elasticità, vitale per la ripresa». Soprattutto per le piccole imprese artigiane che costituiscono la gran parte del tessuto produttivo economica del Paese. In Italia, secondo l'ultimo studio della Confederazione nazionale dell'artigianato, le imprese artigiane presenti sul territorio sono oltre 1,34 milioni e danno lavoro a quasi 3 milioni di persone, rappresentando «la dorsale del sistema produttivo italiano». Una dorsale che non deve morire.

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