Sudcorea-Usa, crisi dei baffi: "L'ambasciatore? Ci offende"

Il diplomatico Usa sfoggia lo stesso stile dei governatori nipponici nell'epoca dell'occupazione. Proteste nel Paese

Quando Harry Harris era ufficiale di Marina il suo viso era perfettamente rasato, come si confà a un militare. La scelta, forse, gli portò fortuna: divenne il primo statunitense di origini asiatiche - è nato in Giappone da madre nipponica e padre americano - a guidare la flotta Usa del Pacifico. In pensione dalle forze armate, l'ex ammiraglio si diede alla carriera diplomatica. E decise di inaugurare l'inizio di questa nuova fase della sua vita con un cambio di look. «Ho cercato di diventare più alto, ma non sono cresciuto. Allora ho provato a ringiovanire, ma non ci sono riuscito. Potevo però farmi crescere i baffi, e così ho fatto», ha raccontato con l'ironia che lo contraddistingue. Il problema è che l'ex ufficiale della Us Navy è stato nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Corea del Sud, dove da un anno e mezzo, cioè da quando ha messo piede nel Paese, viene regolarmente criticato sui media locali e soprattutto sui social network perché quei baffi cui lui tiene tanto assomigliano troppo a quelli che usavano portare i giapponesi ai tempi dell'occupazione della penisola coreana. Gli 8 governatori generali nipponici, allora amministratori dei territori coloniali del Giappone, fanno notare i critici, portavano lo stesso look dell'ambasciatore. E così quella che Harris rivendica come una scelta puramente estetica è diventata il centro di un caso diplomatico che risente dell'antico rancore di Seul per Tokyo e anche delle nuove tensioni tra Corea del Sud e Usa.

Harris, 63 anni, vive stabilmente nella capitale sudcoreana dal luglio del 2018, quando ha prestato giuramento come 23esimo ambasciatore americano. Nella sua nuova vita, come si legge sul suo profilo Twitter, si è portato dietro la moglie e tre gatti. Stanco degli attacchi ricevuti dalla popolazione locale, settimana scorsa si è sfogato con alcuni giornalisti dicendo che i suoi mustacchi erano diventati un pretesto per prendere di mira lui e le sue origini giapponesi. «Sono stato criticato a causa della mia etnia», è la posizione di Harris, cittadino statunitense cresciuto tra il Tennessee e la Florida. L'occupazione giapponese della Corea, durata dal 1910 al 1945, rimane infatti un tema delicato per gli abitanti della penisola, a Nord come a Sud. Per i più anziani, testimoni viventi del periodo, i ricordi delle violenze sono ancora vividi. Recentemente si è tornati a discutere del fenomeno delle comfort women, donne e ragazze locali costrette a «confortare» i soldati giapponesi prostituendosi. «Capisco le tensioni storiche che esistono tra i due Paesi - si è difeso lui - ma non sono l'ambasciatore giapponese in Corea, sono l'ambasciatore americano».

Ai fini della popolarità di Harris, non ha aiutato il suo essersi schierato al fianco di Donald Trump quando il presidente degli Usa ha chiesto alla Corea del Sud di quintuplicare la somma da versare a Washington (5 miliardi di dollari) in cambio dei 28mila soldati statunitensi di stanza nel Paese. È stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che ha portato le critiche nei suoi confronti dal mondo virtuale a quello reale. A ottobre 19 studenti sono stati arrestati dopo aver tentato di introdursi nella residenza ufficiale dell'ambasciatore per protestare contro la mossa della Casa Bianca. Dopo la tentata incursione, su Twitter il diplomatico ha scherzato dicendo che i suoi tre felini stavano bene. E così il mese successivo si è trovato fuori casa un'altra contestazione, con gli attivisti del movimento Jinbo armati di cartelloni in cui sul suo volto, al posto dei contestati baffi, erano state piazzate delle vibrisse da gatto. Per il momento, niente di tutto ciò ha convinto Harris a rivolgersi a un barbiere. «Mi raderò - ha promesso ai reporter sudcoreani - solo se mi dimostrerete che i miei baffi rovinano il rapporto tra i nostri Paesi».

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