Bologna frena. Anzi, inchioda. La città simbolo della crociata green, la prima ad aver imposto il limite dei 30 km/h su quasi tutte le strade urbane, è costretta a fare retromarcia. A imporla è stato il Tar dell'Emilia-Romagna, che ha cancellato l'impianto giuridico della cosiddetta "Città 30" lanciata nel gennaio 2024, smontando uno dei cavalli di battaglia dell'amministrazione guidata dal dem Matteo Lepore (nella foto).
Dopo un lungo rimpallo, i giudici amministrativi hanno accolto il ricorso presentato da alcuni tassisti sostenuti da Fratelli d'Italia annullando il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze con cui Palazzo d'Accursio aveva generalizzato il limite, lasciando formalmente aperta la possibilità di adottare nuovi provvedimenti. Ma il messaggio è chiaro: così come era il progetto non stava in piedi.
La decisione è stata salutata con soddisfazione dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini: "Il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili". Sulla stessa lunghezza d'onda il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami, che ha stroncato le "operazioni propagandistiche illegittime e fuorvianti che non hanno come obiettivo quello di risolvere, ma di fare demagogia a spese dei cittadini".
Soddisfazione anche in Forza Italia. La sinistra invece tira dritto. "La Città 30 andrà avanti", ha evidenziato Lepore, sottolineando che la sentenza del Tar "conferma la funzione pianificatoria del Comune sui limiti di velocità".