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La toga pro migranti dietro il via libera agli insulti di Saviano

Per Bocola il "malavitoso" a Salvini non è reato. Nel 2022 accusò la Guardia costiera

La toga pro migranti dietro il via libera agli insulti di Saviano
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Non era la prima volta che il giudice romano Claudia Bocola si trovava ad occuparsi di un processo che riguardava il governo. La sentenza con cui l'altro ieri ha assolto lo scrittore Roberto Saviano dall'accusa di avere diffamato il vicepremier Matteo Salvini è stata salutata con entusiasmo dalle opposizioni di sinistra e dal vasto mondo degli antipatizzanti del leader leghista.

Gli stessi applausi erano arrivati alla sentenza con cui nel 2022 la Bocola aveva chiuso, come giudice a latere del tribunale di Roma, un altro processo che chiamava in causa le politiche migratorie del governo: il fascicolo a carico degli ufficiali della Guardia costiera accusati di omissione di soccorso per non avere salvato i passeggeri di una imbarcazione carica di profughi, naufragata al largo di Lampedusa nel 2013. Inchiesta e processo erano durati nove anni, e così il tribunale romano aveva dovuto prendere atto della prescrizione dei reati. Ma nelle motivazioni della sentenza di proscioglimento le giudici romane avevano avuto parole pesanti verso i vertici della Guardia costiera, braccio operativo del Viminale, accusandoli di avere lasciato morire 268 persone, tra cui sessanta bambini, impedendo che la nave pattugliatore Libra della Marina militare convergesse sul posto del naufragio.

Ora al giudice Bocola è arrivato un altro processo politicamente scottante, quello originato dalle querele di Salvini a Saviano. Cinque i capi d'accusa contestati all'autore di Gomorra, a processo per avere definito il ministro "criminale" e "ministro della malavita", e averlo accusato di usare "parole da mafioso". Nelle sue querele, Salvini accusava lo scrittore di essere andato completamente aldilà del diritto di critica, lasciandosi andare a insulti ingiustificabili. "Mi vuole imbavagliare", aveva reagito Saviano. Nell'aula del processo allo scrittore, a sposare le tesi di Salvini, e a considerare illegali le affermazioni di Saviano, è stato un magistrato insospettabile: Sergio Colaiocco, sostituto procuratore a Roma, coraggioso protagonista delle indagini per portare a processo i rapitori e gli assassini di Giulio Regeni. Nella sua requisitoria, Colaiocco ha chiesto l'assoluzione di Saviano per un solo capo d'accusa (l'intervista a un giornale tedesco, la cui traduzione non risultata fedele) e la condanna per tutti gli altri quattro capi. "Questa - ha detto Colaiocco - non è una causa sulla libertà di espressione, nessuno mette in discussione il diritto di criticare un uomo politico, in specie un ministro particolarmente esposto sui social, quel diritto è pieno, garantito, essenziale, ma non è illimitato".

E quando Saviano usa l'espressione "ministro della malavita", citando Gaetano Salvemini, il significato è chiaro: "È un'accusa precisa, di violenza, di corruzione, di uso distorto delle istituzioni, di connivenza con ambienti criminali". In questo modo, chiede il pm, "si esprime un'opinione o si attribuisce un fatto? La risposta è una sola: si attribuisce un fatto di illegalità a un ministro della Repubblica". Certo, "chi ricopre un ruolo pubblico deve tollerare una critica più intensa, ma il sistema non gli impone di tollerare di essere descritto come parte di un sistema criminale senza alcun fondamento", ha concluso Colaiocco, ricordando che la Costituzione "tutela la libertà di manifestazione del pensiero ma anche la dignità e la reputazione della persona. La libertà di parola non è libertà di accusare senza prove".

La giudice Bocola, evidentemente, è di diverso avviso: e arriva l'assoluzione con formula piena.

Così ieri Salvini: "Io auguro lunga vita a Saviano, di cui non condivido nulla e a cui non auguro niente di male, però lo riquerelerò un'altra volta. Ci sarà un giudice che distinguerà fra libertà di parola e libertà di critica e insulto".

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