C’è un punto, sopra Gabicce Monte, in cui l’Adriatico smette di essere sfondo e diventa parte del progetto. Dalla Gioconda insiste lì, dentro il perimetro del Parco San Bartolo, con una formula che nel giro di pochi anni ha cambiato pelle più volte senza mai rinnegare l’idea di partenza: lavorare sul territorio senza trasformarlo in scenografia.
Il passaggio chiave è il 2021, quando l’ex dancing-pizzeria anni Cinquanta viene smontata e ricostruita come un sistema ibrido: ristorante e ospitalità diffusa. A guidare l’operazione Allegra Tirotti Romanoff, Stefano Bizzarri e lo chef Davide Di Fabio, già a lungo nella brigata dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura. L’anno dopo arrivano i riconoscimenti: stella e stella verde della Guida Michelin, seguite da un’espansione progressiva del progetto, che prende il nome di Hidden e si allarga per sottrazione, recuperando case e spazi del borgo.

Oggi il risultato è un piccolo sistema articolato: camere, suite, piscina a sfioro, palestra diffusa, spiaggia convenzionata. Non un resort in senso tradizionale, piuttosto una costellazione coerente. Le nuove suite – Dream Eden, Turquoise e Amber – insistono su materiali e dettagli più che sull’effetto: legni, cotti, graniglie, tessuti selezionati. In Dream Eden un ulivo attraversa letteralmente lo spazio interno, soluzione che rischierebbe il manierismo ma qui resta sotto controllo.
La novità più visibile del 2026 è però La Limonaia, terrazza sopra il ristorante che si converte in cocktail bar. L’operazione è doppia: alleggerire il tono gastronomico senza banalizzarlo. Il menu lavora su piccoli formati – crescia, piadine, crudi – mentre la parte liquida nasce dalla collaborazione con il Cotton Club di Modena e si affida alla regia del sommelier Nicholas Bratti. Il calendario eventi (opening a fine giugno, appuntamento di luglio e chiusura ad agosto) suggerisce una vocazione più dinamica, quasi balneare, che finora non era centrale.
Resta il ristorante, che continua a essere il motore identitario. La cucina di Di Fabio procede per sottrazione e memoria: piatti costruiti su una materia prima quotidiana, soprattutto marina, rielaborata senza nostalgia dichiarata. La “Zuppiera di pasta e pesci dell’Adriatico” è il manifesto: riconoscibile, ma non letterale. Il tutto dentro un impianto dichiaratamente plastic free, scelta che qui non viene esibita ma integrata.
La cantina segue la stessa logica cumulativa: oltre 1600 etichette, con attenzione a Champagne, Borgogna e grandi denominazioni francesi, ma anche una lettura puntuale di Marche ed Emilia-Romagna. Il riconoscimento del Wine Spectator (Best Award of Excellence) certifica più la profondità che l’effetto.
Sul fronte estetico, il progetto si concede qualche deviazione. Nel 2026 entra l’artista Jacopo Di Cera, che firma menu e installazione interna, lavorando sul tema del mare. Un inserimento che prova a tenere insieme design e narrazione senza scivolare nella decorazione.
Poi ci sono gli accessori, inevitabili in questo tipo di ospitalità: il gozzo per uscite al tramonto, la Mini Moke elettrica per gli spostamenti, il chiringuito Bonito sulla spiaggia. Elementi che rischierebbero di appesantire il racconto ma qui restano marginali, quasi servizi.
Il punto, alla fine, è la coerenza.
Dalla Gioconda continua a crescere, aggiungendo pezzi e funzioni, ma mantiene una linea leggibile: sostenibilità concreta (certificazione Leed Gold, geotermia, recupero delle acque), attenzione al dettaglio e una certa diffidenza verso l’effetto wow. In un segmento che spesso vive di narrazione più che di sostanza, non è un risultato scontato.