Telefonate di pressione dalle Guardie delle Rivoluzione per spingere a favore dell'elezione di Mojtaba Khamenei. Proteste e minacce di invalidare il voto da parte dei suoi oppositori. L'elezione del secondogenito del defunto ayatollah Ali Khamenei come nuova Guida Suprema dell'Iran - che dovrebbe essere annunciata ufficialmente in queste ore dalle autorità di Teheran, ma è trapelata martedì da fonti interne tramite Iran International - tiene in piedi il sistema teocratico a Teheran, ma non senza mugugni, divisioni e intimidazioni da parte dei Pasdaran, i principali sponsor di Khamenei junior. L'Assemblea degli Esperti composta da 88 religiosi e incaricata di scegliere il successore dell'ayatollah è tornata a riunirsi ieri per una seconda sessione straordinaria, dopo che lunedì è stata bombardato l'edificio di Teheran in cui si incontrano abitualmente i saggi dell'islam e dopo che martedì è stata anche colpita la sede nella città santa di Qom, dove si stava svolgendo lo scrutinio per la successione durante una sessione online. Qualche ora dopo, secondo le ricostruzioni, i membri dell'Assemblea sono stati informati via telefono dell'elezione a maggioranza di Khamenei, 56 anni, secondogenito della Guida Suprema uccisa in un raid nel primo giorno di guerra. Un esito sul quale hanno spinto, attraverso "forti pressioni", proprio le Guardie della rivoluzione tramite incontri e telefonate, hanno raccontato due fonti al sito di opposizione iraniano.
Il risultato pare abbia fatto storcere il naso ad altre figure del regime, contrarie alla procedura frettolosa, al principio della leadership ereditaria, sicure che anche Khamenei padre non fosse d'accordo e che Mojtaba, non avendo una posizione clericale e giurisprudenziale "pubblica e consolidata", non abbia la legittimità religiosa per il ruolo. Anche per questo sarebbe stato deciso di posticipare l'annuncio al termine di una seconda sessione ieri sempre a Qom, prima della quale i Pasdaran non hanno smesso di spingere per Khamenei junior e di chiedere ai contrari di tacere, dopo che circa otto membri hanno annunciato che non avrebbero partecipato per protesta.
Ma il dado sembra ormai tratto a Teheran. Il "sistema" religioso e politico sopravvive fin a qui, nonostante le 5 mila bombe sganciate da Israele, l'uccisione di decine di leader e scienziati, la supremazia su cielo e mare degli alleati e la distruzione di 300 lanciamissili da inizio guerra, che ha ridotto la potenza di fuoco di Teheran dagli oltre 300 missili dei primi due giorni alla quarantina delle ultime ore.
Il timore, mentre Israele prevede ancora una-due settimane di guerra, per l'Iran riguarda adesso una possibile invasione di terra, contro la quale ha tuonato il leader del Consiglio per la sicurezza, Ali Larijani: "Siamo pronti a umiliare questi malvagi invasori americani, infliggendo loro migliaia di vittime e molti prigionieri". Anche il ministro degli esteri Araghchi ha insistito: "L'invasione sarebbe un disastro per gli Usa".
Donald Trump si mostra invece sicuro del fatto suo e bastona il nuovo leader Khamenei, definendolo "inaccettabile", tanto che "anche il padre lo considerava un incompetente". Il tycoon spiega che "un nuovo leader che continui le politiche di Khamenei costringerebbe gli Stati Uniti a tornare in guerra tra cinque anni".
E insiste su uno scenario come in Sud America: "Stanno perdendo tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come con Delcy Rodriguez in Venezuela. Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran".