Le regole, ci mancherebbe. Articolo 50, comma 2 della carta olimpica. Ma di fronte a quattro anni di aggressione criminale, di guerra, distruzione e morte portate dentro le case, le scuole, gli ospedali, forse si sarebbe potuto usare un briciolo di buon senso e pensare a un'eccezione. Le lacrime di Kirsty Coventry dopo il faccia a faccia che ha estromesso Vladyslav Heraskevych dalla gara olimpica di skeleton - senza togliergli il pass - se non sono sembrate di coccodrillo, sicuramente somigliavano a quelle di un burocrate. I 27 volti di atleti e tecnici ucraini morti in questi quattro anni al fronte - o nelle loro case - non sarebbero stati vissuti come una ferita. Come il guanto nero sul pugno chiuso di Tommy Smith e John Carlos sul podio olimpico di Messico '68, forse sarebbero serviti per scuotere qualche coscienza in un Occidente che sulla questione ucraina sta diventando tiepido a forza di (ri)vedere Vladimir Putin calcare tappeti rossi.
Ma a Kiev non si possono permettere il lusso di pensare ad altro. In un inverno a -30 gradi, con migliaia di case - tra quelle rimaste in piedi - senza luce, acqua e riscaldamento, le Olimpiadi possono essere un momento per ricordare al mondo che la libertà non è gratis. Non ovunque, almeno. Loro pagano con il sangue persino degli atleti. Heraskevych è un campione dello skeleton, uno slittino su cui ci si lancia in picchiata proni.
È abituato a mettere davanti la faccia: ha scelto di rinunciare a una possibile medaglia per affermare un principio. Nella carta olimpica, a ben vedere, ci sarebbe anche la tregua durante i Giochi. Un principio che la Russia calpesta ogni giorno.