Vietato nominare le varianti (per coprire gli errori)

L'ipocrisia regna indiana. Finché la questione riguardava soltanto i disprezzabili ex colonialisti inglesi battezzare una variante con il nome della perfida Albione non destava scrupoli

Vietato nominare le varianti (per coprire gli errori)

L'ipocrisia regna indiana. Finché la questione riguardava soltanto i disprezzabili ex colonialisti inglesi battezzare una variante con il nome della perfida Albione non destava scrupoli. Ma non appena le varianti hanno assunto denominazioni meno «occidentali» ecco remore e incertezze farsi largo. Seguite dalle pressioni di un governo indiano che - seppur accusato di aver favorito adunanze e riunioni di massa al grido di «abbiamo sconfitto il virus» - ha diramato una lettera in cui si diffidano social e media dall'utilizzare l'appellativo «indiana» per indicare la variante responsabile della strage di suoi cittadini. Un appellativo che l'informativa definisce «improprio» e «falso» in quanto «non c'è alcuna variante del Covid 19 citata scientificamente come tale dall'Organizzazione mondiale della sanità». Un pozzo d'ipocrisia in cui si son immediatamente tuffate le associazioni di categoria dei giornalisti di quelle latitudini sostenendo che le violenze anti-asiatiche negli Stati Uniti sarebbero state alimentate del vizietto «trumpiano» di chiamare il Covid «virus cinese». E così ieri è arrivato l'inevitabile imprimatur dell'Oms. A partire da domani - per decreto di un'organizzazione che non esitò a sostenere le omertà cinesi negando, inizialmente, la contagiosità del Covid - non si potranno più usare connotazioni nazionali per indicare le varianti della pandemia, ma soltanto quelle definite da anodine lettere greche. Così la variante inglese diventerà «alfa», quella sudafricana «beta» mentre quelle osservate in Brasile e India si trasformeranno in «gamma» e «delta». Così da domani nessuno ci capirà più nulla, ma, pazienza, le apparenze e la coscienza terzomondista saranno salve. Poi poco importa se questo ci impedirà di comprendere, come successe quando era «razzista» isolare i cinesi in arrivo in Italia, le specificità geografiche del virus o magari d'imporre la quarantena ai viaggiatori indiani. Ma alla follia «politicamente corretta» ci abbiamo, purtroppo, fatto il callo. Dal marzo del 2020 fino a poche settimane fa metter in dubbio la strampalata teoria secondo cui il passaggio del virus dall'animale all'uomo non era la conseguenza di una scorpacciata di pipistrelli - o di altre specie esotiche acquistate al mercato di Wuhan - era un'autentica blasfemia. Mentre ipotizzare, assai più realisticamente, che la pandemia fosse il frutto di un errore commesso nei laboratori di virologia della città era volgare complottismo. E come tale costava la messa al bando da Facebook, Twitter e consimili. Oggi - dopo i dubbi espressi dall'amministrazione Biden sulla base delle identiche rivelazioni d'intelligence utilizzate a suo tempo da Donald Trump - la tesi complottista è diventata un'ipotesi assai plausibile, su cui è auspicabile venga condotta un'indagine approfondita. Insomma la norma a cui attenersi per la prossima pandemia è semplice. Se il virus non arriva dall'Occidente meglio morire in silenzio che battersi per cercare d'identificarlo.