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Zelensky e l'ora più buia. Rinunciare ai territori sarebbe un tradimento

Cedere la zona che però Putin ancora non controlla potrebbe chiudere il conflitto. Ma essere un harakiri

Zelensky e l'ora più buia. Rinunciare ai territori sarebbe un tradimento
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Si fa presto a dire pace se non si trova una soluzione alla questione più difficile. Si fa ancora prima a parlare di compromesso, se una delle due parti pretende tutto e non vuole concedere nulla, se non qualche briciola. Tra Ucraina e Russia, il nodo è e rimane sempre lo stesso: quello relativo alle concessioni territoriali che Kiev dovrebbe fare a Mosca e che vanno ben oltre i territori conquistati dall'esercito russo in quattro anno di sanguinoso conflitto. "Per mettere fine alla guerra l'esercito ucraino deve lasciare il Donbass", conferma il Cremlino. Tutta la Regione. Anche quella ancora saldamente in mano ucraina, dove Mosca fatica ad avanzare. Più che una condizione un diktat. Più che un compromesso una resa. Motivo per cui le trattative rimangono complicate.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che i team negoziali di Washington, Mosca e Kiev negli Emirati discuteranno del controllo territoriale del Donbass. "Il Donbass è una questione chiave. Se ne discuterà ad Abu Dhabi, nelle modalità che le tre parti riterranno più opportune", ha detto il leader ucraino scegliendo, volutamente, di restare sul vago. È chiaro ed evidente che il Donbass sarà al centro del dibattito, come è altrettanto chiaro che si tratta di un tema delicato e pericoloso anche per lo stesso Zelensky. Soprattutto dopo l'ennesimo faccia a faccia con Donald Trump che a Davos ha messo indossato il suo vestito preferito, quello del businessman, che in fondo gli ha portato sempre risultati vantaggiosi. Vedi Groenlandia. Sparate, minacce, e caos per poi arrivare a un accordo. Ma con questa guerra, come lui stesso ha ammesso, è tutto più difficile.

Basti pensare che al di là delle narrazioni propagandistiche, Mosca controlla di fatto un 30 per cento del Donbass, forse meno. E pretende l'intera Regione, anche il restante 70 per cento per chiudere il conflitto. Facendolo, avrebbe in cambio quelle garanzie di sicurezza da un nuovo eventuale tentativo di invasione russa oltre a finanziamenti da 800 miliardi di dollari per ricostruire e rilanciare il suo Paese devastato. Garanzie e promesse importanti, ma che probabilmente non bastano. Anche perché di contro, Mosca potrebbe "concedere" soltanto che parte degli asset russi congelati possano essere destinati alla ricostruzioni ucraina, oltre a firme che lasciano il tempo che trovano su promesse di fermare gli appetiti di conquista.

Ma il punto chiave per Kiev è l'orgoglio. Non uno stupido paletto ma al contrario quello che porta a fermarsi, a riflettere cento volte, a pensare a quello che è stato in questi quattro anni. Putin era convinto di invadere lo scomodo vicino e arrivare a Kiev in meno di una settimana, ribaltando il governo e facendone uno stato fantoccio in stile Bielorussia. Ma l'orgoglio ucraino ha partorito una resistenza stoica che, con il sostegno occidentale, ha di fatto costretto la Russia a finire impantanata. Perché allora, adesso, stando così le cose, Kiev dovrebbe di fatto calarsi le braghe di fronte all'invasore "regalando" anche ciò che non ha ottenuto? Non solo.

Zelensky è anche di fronte a un bivio personale umano ancor più che politico. Era un attore, di è trasformato in leader politico, si è trovato in mezzo a una guerra tremenda che lo ha portato a essere un errore per il suo popolo. Ha resistito all'invasione, ai tentativi di assassinio, agli scandali corruzione che lo hanno indebolito a livello internazionale più che a casa propria. Poteva fuggire da Kiev, sfruttare i salvacondotti che gli sono stati offerti, vivere in esilio. Invece, piaccia o no, sia criticato o meno, ha rappresentato al meglio la paura, la frustrazione, la rabbia, lo sgomento ma soprattutto l'orgoglio del suo Paese e dei suoi abitanti. Non si è arreso, ha tenuto botta, nonostante tutto.

Farlo adesso, cedendo alle pressioni (soprattutto) russe sarebbe una sorta di tradimento. Verso sé stesso, verso il suo Paese e verso il suo popolo. Perché i dialoghi continuano, gli accordi si cercano e magari si possono anche firmare. Ma i problemi rimangono. E si fa presto a dire pace.

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