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«Pubblicare quei nastri può essere ricettazione»

«È un episodio disdicevole. Fatto salvo il diritto di informare, è necessario porre un limite alla pubblicazione indiscriminata di conversazioni registrate e intercettazioni. Anche attraverso una nuova legge». L’avvocato Giuliano Pisapia, fine giurista, ex parlamentare di Rifondazione comunista e già presidente della Commissione del ministero della Giustizia per la riforma del codice penale, rilegge il «caso D’Addario» in punta di diritto.
Avvocato, partiamo da un fatto. Patrizia D’Addario ha registrato le conversazioni col premier all’insaputa del suo interlocutore. Nessun reato?
«No, se chi registra è anche uno degli interlocutori non c’è alcun reato. Diverso sarebbe se a farlo fosse un soggetto terzo che registrasse all’insaputa delle altre due persone».
Quindi, questi dialoghi entrano lecitamente nel fascicolo penale.
«Capita spesso, soprattutto nel processo civile e penale, che un nastro magnetico su cui sono incise conversazioni “rubate” diventi una fonte di prova».
Altro discorso, però, se si parla di pubblicazione. La procura di Bari aveva secretato i dialoghi tra la D’Addario e Berlusconi. Ora sono su tutti i giornali.
«Il problema in questo caso è dimostrare chi abbia violato il segreto di indagine. Primo, perché se la diffusione avviene da parte di uno dei soggetti interessati, bisogna dimostrare che era consapevole della secretazione. Altrimenti non è perseguibile penalmente. Per quanto riguarda i giornali, poi, la legge impone che gli atti secretati non possano essere pubblicati fino alla chiusura delle indagini».
Ma...
«Purtroppo è una norma che viene quotidianamente violata. E il reato è oblabile, cioè sanabile, con 136 euro».
E se a farlo fossero stati i magistrati pugliesi?
«In questo caso, la violazione sarebbe ancora più grave. Ma va dimostrato, e non è mai semplice».
Da Bari, il procuratore capo Emilio Marzano garantisce: «La pubblicazione di conversazioni asseritamente registrate non è riferibile in modo alcuno agli uffici di questa Procura».
«Lo si sente sempre dire, e in questo caso sono convinto che sia vero, perché i magistrati non avevano alcun interesse alla divulgazione. Però ognuno si prende le proprie responsabilità».
L’avvocato del premier, Niccolò Ghedini, minaccia azioni legali contro chi riprenderà il materiale già pubblicato.
«Come detto, se la diffusione è stata fatta da persone che non erano consapevoli della secretazione, è un fatto disdicevole ma non c’è reato. Per quanto riguarda i giornalisti che hanno pubblicato le registrazioni, si potrebbe ipotizzare il reato di ricettazione se si provasse che hanno acquisito i nastri in modo illegittimo».
Molti «se». Ma in pratica?
«Non si riesce mai a dimostrare. E così restano solo profili civilistici di risarcimento del danno».
Crede sia necessaria una nuova legge?
«Sicuramente sì. È indispensabile un equilibrio. Già oggi il codice autorizza l’uso delle intercettazioni nei casi in cui risultino “assolutamente indispensabili”, e invece è diventato uno strumento ordinario di indagine. Però, autorizzarle solo quando ci sono evidenti indizi di colpevolezza mi sembra un controsenso. Quanto alla pubblicazione, servono dei “paletti” che garantiscano il diritto di informare, ma anche la tutela delle indagini e delle persone».
Da spettatore, che idea si è fatto della vicenda?
«Uso le parole del presidente Napolitano, che ancora una volta si è dimostrato saggio ed equilibrato. È inutile difendere l’indifendibile, ma bisogna garantire la riservatezza delle indagini ed evitare gli eccessi e le spettacolarizzazioni».

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