Quei Paesi senza diritti ripuliti grazie allo sport

Grandi eventi con dirette tv planetarie pagati profumatamente solo per truccare l'immagine

Lo scorso 12 gennaio, battendo ai rigori l'Atletico Madrid, il Real Madrid di Zidane ha conquistato a Jedda, in Arabia Saudita, la Supercoppa di Spagna. Per 36 milioni di euro gli sceicchi si erano assicurati l'evento sia per vedere calcio d'altissimo livello nel salotto buono di casa, ma soprattutto per mostrare in mondovisione che gli stadi erano stati aperti anche al pubblico femminile. Due giorni dopo, nello stesso impianto sportivo, si sono affrontate Jeddah Club e Al Nojoom, in un incontro valido per il campionato saudita, ma di donne neppure l'ombra. Una volta che le troupe televisive di mezzo mondo hanno lasciato Jedda tutto è tornato come prima, se non addirittura peggio. In Arabia Saudita è andato in scena uno dei tanti episodi di «Sportwashing», il lavaggio dello sport. Ovvero la strategia di utilizzare l'organizzazione di eventi sportivi, o la sponsorizzazione di squadre, per migliorare la contestata reputazione di un Paese la cui storia è coperta di abusi. Nel caso del regime saudita, le prevaricazioni non riguardano solo la discriminazione nei confronti delle donne, ma anche la repressione delle voci dissidenti, la scriteriata guerra nello Yemen e la pena di morte.

Le polemiche in Europa si sono innescate dopo le parole pronunciate dalla presidentessa della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, durante la consegna del trofeo a Jedda. «È un orgoglio testimoniare come l'Arabia Saudita adotti misure per l'uguaglianza», ha twittato, mostrando una foto che la ritraeva senza velo per coprire i capelli. «È stato un gesto coraggioso, una sfida veramente femminista in difesa dei diritti delle donne», ha aggiunto la rappresentante del Partito Popolare. In realtà Diaz Ayuso, che ha affermato di voler rivendicare la parità di genere, non ha contestato alcuna legge. Il velo non è obbligatorio per le donne straniere che viaggiano in Arabia Saudita: lo scorso anno è stata approvata una riforma proprio per dare un'immagine di apertura verso l'esterno. Un altro ingrediente nella trappola del riciclaggio di immagini con cui l'Arabia Saudita sta gestendo le controversie che emergono dai suoi affari internazionali. Mentre il regime saudita ha cercato per quattro giorni di esportare questa immagine di «normalità» nel mondo, usando l'organizzazione di un macro-evento sportivo come la Supercoppa spagnola, una delle più importanti attiviste femministe saudite, Loujain Al Hathloul, si trova in carcere dal maggio 2018. È una donna che sta pagando con la prigione le legittime rivendicazioni al diritto di guidare (è proibito persino in bicicletta), battendosi per la fine del sistema di tutela maschile, ancora in vigore nonostante le autorità stiano cercando di millantare determinate aperture.

Da quando l'Arabia Saudita ha acquistato i diritti della competizione spagnola (che si terrà a Jedda anche nei prossimi due anni in cambio di 40 milioni di euro a stagione), la federcalcio di Madrid ha dovuto affrontare le critiche sulla scelta di un Paese che viola sistematicamente i diritti umani. Tve, la televisione di stato, si è rifiutata di trasmettere l'evento, e anche Mediaset e Atresmedia hanno deciso di non partecipare all'asta.

La Supercoppa è stata solo l'ultimo evento internazionale con cui il Paese del Golfo riesce a monopolizzare, per alcuni giorni, l'attenzione mondiale. Il punto di partenza dell'interesse strategico dell'Arabia Saudita per gli eventi sportivi risale al 2016, quando il principe ereditario Mohammed bin Salman ordinò l'istituzione di un fondo di sviluppo sportivo per rafforzare le attività nel paese. Da allora ha ospitato, ad esempio, l'incontro di boxe tra il campione Anthony Joshua e Andy Ruiz, le ultime due edizioni della Supercoppa italiana e una tappa del golf European Tour. Tutto questo per allestire uno spettacolo finalizzato a divulgare una realtà di comodo.

L'Arabia Saudita è soltanto una delle tante sorelle islamiche che pratica lo «Sportwashing». Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain si sono assicurati gare di Formula Uno e del Motomondiale. Il Qatar, che a settembre è stato la sede dei mondiali di atletica leggera, si sta preparando per la Coppa del Mondo del 2022. «Invece di cercare di lavare l'immagine con un evento sportivo per nascondere il loro sfortunato record sui diritti umani, i governi dei Paesi del Golfo dovrebbero prodigarsi piuttosto per abrogare le leggi che criminalizzano la libertà di espressione e accelerare il rilascio di tutti i prigionieri», ha affermato Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente e sull'Africa del Nord.

In Iran si vivono condizioni ben peggiori. Lo scorso 10 settembre Sahar Khodayari ha pagato con la vita la sua battaglia per rivendicare il diritto di assistere a una partita di calcio. La ragazza 29enne si è data fuoco dopo il processo per essere entrata illegalmente in uno stadio. La notizia ha fatto il giro del mondo, e per qualche tempo, con i riflettori puntati su Teheran, l'accesso delle donne negli stadi è stato garantito, ma solo in settori appositi. Oggi la situazione è tornata a essere drammatica. Della povera Sahar nessuno si ricorda più e i profili social di donne che hanno denunciato le violazioni sono stati chiusi. Alcune di loro sono finite in carcere, in attesa di un processo-farsa. Negli stessi giorni il ministro per le Comunicazioni Mohammad Jahromi ha ordinato ai giornali di pubblicare fotografie di giovani e avvenenti iraniane, vestite all'occidentale, e senza foulard sui capelli, ritratte allo stadio, per mostrare all'opinione pubblica internazionale un presunto cambiamento epocale. Peccato che si trattasse di fotografie risalenti ai mondiali di calcio in Russia nel 2018. Quando davvero giovani iraniane tifavano sugli spalti di San Pietroburgo in totale libertà per la loro nazionale impegnata contro Marocco, Spagna e Portogallo. Donne che però hanno lasciato l'Iran da anni e che vivono tra Europa, Canada e Stati Uniti, senza più l'oppressione di un regime feroce e oscurantista.

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Commenti

cgf

Dom, 19/01/2020 - 10:01

Acquisendo questa cultura, come da lei stessa richiesto, potremmo LEGALMENTE escluderla senza essere tacciati di razzismo, sessismo, misoginismo e perché no? anche di fascismo. Dimenticavo, anche ginofobia, che non è la paura di Gino.

dagoleo

Dom, 19/01/2020 - 11:27

hanno imparato dai comunisti e dai sinistrati ed applicano talebanicamente i loro dettami sulla manipolazione dell'informazione.