Alla ricerca del film ritrovato

Malgrado la paludata, eruditissima introduzione - un testo dalla acribìa filologica e dall’astruseria dialettica tutta professorale - Roberto Campari, docente di storia del cinema, ha realizzato col suo libro Film della memoria. Mondi perduti, ricordati e sognati (Marsilio) un’opera originale, densa di suggestioni e illuminazioni coinvolgenti sia per attrezzati cinefili sia per lettori più generici.
La scansione dei cinque capitoli su cui s’articola il saggio - «Infanzia e adolescenza», «L’idillio campestre», «Il passato storico», «Mondi lontani», «Il sogno come memoria e il sogno d’amore» - dimostra ampiamente quanto e come il cinema, ancorché ritenuto da certuni una sterile «macchina celibe», possa ben altrimenti attivare, innescare processi conoscitivi o ciclici ritorni di scorci epocali o di mondi affettivi preziosi, per tanti aspetti unici, irripetibili.
L’incipit del primo capitolo è in questo senso esemplare: «Il primo e forse il più significativo dei “paradisi perduti”, comune a un gran numero di autori è, anche per il cinema, il ripercorrere con la memoria le esperienze iniziali della vita, quelle appunto dell’infanzia e dell’adolescenza». E, a immediato suffragio di simile ipotesi, ecco citato (a ragione) il film-feticcio Citizen Kane di Orson Welles.
Così, inoltrandosi nel folto dell’ultrasecolare storia del cinema, Campari s’intriga, rovista, chiama a supporto vecchi e nuovi film, autori consacrati e cineasti più giovani, storie e personaggi i più vari, i più memorabili, imbastendo un ordito di «mondi perduti, ricordati e sognati». Reminiscenze informalmente mischiate che vanno dalle “leggendarie” vicende dei film di Ford (quello che, a suo dire, «faceva western») alle torve ossessioni pasoliniane, dal «lessico familiare» di Bertolucci e Visconti alle fantasmatiche saghe felliniane: è tutto un universo sommerso e segreto che riemerge per bagliori e umori tipici di una rinnovata «ricerca del tempo perduto» e, di quando in quando, «ritrovato». Anche a dispetto del “divo” Marcel Proust che del cinema - diceva - non gli importava granché.
Film della memoria - pur prescindendo dalla specifica materia in questione (il cinema, appunto) e mettendo da parte il vezzo di infarcire le argomentazioni di note pedanti - regala chicche di un’informazione sicura e di particolari, di scorci narrativi emozionanti. Fa testo, in proposito, Ingmar Bergman: «La verità è che io vivo sempre nella mia infanzia... In verità, abito sempre nel mio sogno e di tanto in tanto faccio una visita alla realtà». E, ancora, ripensando al suo Il posto delle fragole: «... è un film sulla nostalgia per la giovinezza, l’estate che è passata e che non potrà più tornare, è un film sugli affetti come valore primario della vita».