«Ricostruzione esemplare La città è più bella di prima»

«Quello che è stato fatto all’Aquila non si era mai visto finora in Italia». Apriti cielo! Raccontano di nasi storti e di occhi roteanti verso l’alto, scandalizzati. Succede se, metti una sera a Milano, in uno di quei salotti con i camerieri indiani e l’antiberlusconismo che si porta bene su tutto, come un blazer blu... Succede se un architetto di fama indiscussa, come Pierluigi Nicolin, 68 anni, professore al Politecnico e con un curriculum che lo ha visto intervenire dopo i terremoti del Belice e di Napoli, butta lì un commento del genere.
Architetto, che cosa si è lasciato scappare?
«Quello che conta è ciò che uno vede, mica altro. E ho detto quanto ho visto. Ero andato là come architetto. Senza nemmeno presentazioni, perché volevo essere autonomo nel giudicare».
Parliamo allora di ciò che lei ha visto fare dagli uomini di Guido Bertolaso.
«Ho visto gente con un perfetto controllo del territorio, ho visto giovani sulla cui professionalità non c’era nulla da eccepire, ho visto l’impegno profuso dalle loro squadre locali, ma anche la solidarietà di quelle provenienti da altre parti d’Italia. Una cosa così non l'avevo mai vista prima. Soprattutto in meno di otto mesi. E ammetto di esserci andato con dei pregiudizi, come mi aspettassi di vedere ben altro».
E invece?
«Ora la periferia dell’Aquila è di gran lunga meglio di com’era prima, e parlo di quelle costruzioni brutte e scadenti che si trovano di norma nelle periferie. Il prodotto della speculazione. Invece, questi nuovi quartieri con le case appoggiate sui sostegni antisismici che nascondo oltretutto anche la bruttura dei parcheggi, mi sono parsi una soluzione interessante. Non mi saranno piaciute tutte, però, suvvia...».
Perdipiù tenendo conto dei tempi.
«Sì, i tempi contano. Ma vorrei ricordare anche la qualità, l’attenzione a cose che non si erano mai viste prima in situazioni simili, come la cura del paesaggio senza però snaturarlo, o le soluzioni di risparmio energetico. Un insieme di autentiche novità che ti fanno dire: qui dietro si vede l’opera di una industria delle costruzioni».
Altri ricordi, quelli di Belice e Napoli?
«Non se ne parla nemmeno, di fare paragoni. Pensi che quando mi avevano mandato in Belice, la gente stava nelle baracche già da dieci anni. E a Napoli è stata una storia ancor più complessa, farraginosa, che insomma... (ride di cuore, ndr) ha incrementato addirittura il debito pubblico italiano, quella roba lì».
L’Aquila e il suo centro. Pensa dovrebbe continuare a esserci un ruolo per la Protezione civile?
«Purtroppo ora il compito della Protezione civile mi sembra finito».
Perché dice purtroppo?
«Perché in Italia c’è una diffusa cultura della conservazione che fa diventare tutto perfezionista e burocratico, rendendo le cose molto sofisticate. Che poi significa complesse e lunghe».
Mentre la sua ricetta per l’Aquila qual è?
«Prima di tutto non bisogna fissarsi sul concetto “com’era e dov’era”. Come da una crisi se ne esce diversi, così anche da un terremoto. Non significa raderla al suolo, ma non si può lavorare in una situazione simile usando i criteri normali della Sovrintendenza. Con questa diffusa ipersensibilità al passato si finisce per rallentare a tal punto le cose che poi, anche una volta fatte, chessò tra vent’anni, la città sarebbe un fantasma. Bisogna fare in fretta o l’Aquila non si riprenderà più. Quindi bisogna affidarsi a persone credibili».
Ce ne sono, in Italia? E chi sono?
«Diciamo che conosco un sacco di persone intelligenti (ride di nuovo, ndr). Peccato che raramente, in Italia, finiscano al posto giusto».
Non le chiedevo di fare i nomi.
«Li farei, se fossi incaricato di farli. L’Italia è piena di architetti, anche se non proprio tutti bravi. Ma di bravi ce n’è. E anche di colti. Peccato che poi il sistema spesso li emargini. È una delle fregature italiane. Perdipiù ricorrente».
Lei si considera di sinistra, oppure...
«Anche questa è una roba tipicamente italiana. Dà la misura di come siamo messi. Perché devo essere filo berlusconiano se dico che una cosa ha funzionato? Sono le rogne dei tempi difficili... Ma siccome sono abituato a far funzionare la testa e a cercare di rimanere lucido, ripeto di non poter negare ciò che ho visto all’Aquila. Mi vergognerei di me stesso».

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