Il ripudio della guerra è roba da sconfitti

VINTI La nostra costituzione e quelle di Germania e Giappone, simili in tema di limitazioni alla sovranità

Vittorio Feltri nel suo fondo di ieri ha ricordato che «la Costituzione non consente la guerra; anzi, la ripudia. Sicché il nemico si sente incoraggiato ad attaccare ancora e con crescente intensità». Proprio così. Ma perché la nostra Carta del 1948 stabilisce una cosa del genere? Perché vae victis, guai ai vinti. Un’espressione valida non solo ai tempi dell’antica Roma. Difatti nel corso dei secoli è stata tradotta in tutte le lingue. Il Giappone, la Germania e l'Italia, cioè i vinti della seconda guerra mondiale, su «consiglio» degli angloamericani hanno codificato il cosiddetto diritto dei vinti. Le disposizioni costituzionali dei tre Paesi sembrano scritte con la carta carbone.
L’articolo 11 della nostra Carta costituzionale comincia con queste parole: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E non sono parole al vento. Basti ricordare che nella seduta del 18 marzo 2003 il Consiglio supremo di difesa, per conciliare le nostre missioni militari all’estero con il dettato costituzionale, non ha trovato di meglio che rispolverare con involontaria ironia la «non belligeranza» di mussoliniana memoria. Niente partecipazione di militari italiani ad azioni di guerra; niente fornitura di armamenti; niente messa a disposizioni di basi; qualificazione della posizione italiana come «non belligerante». E la «filosofia» del Consiglio è rimasta pressappoco la stessa.
Veniamo alla genesi del disposto costituzionale. L’Assemblea costituente discusse e approvò l’articolo 11 quasi di soppiatto nella seduta del 24 marzo 1947. Un mese e mezzo dopo l’oneroso Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 tra la Repubblica italiana e le potenze vincitrici. Nella sua relazione al progetto di Costituzione, il presidente della Commissione dei 75, Meuccio Ruini aveva affermato: «Rinnegando decisamente la sciagurata parentesi fascista, l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità». Insomma, Ruini riconobbe che l’articolo 11, anche nella sua prima parte, prescrive una vera e propria limitazione alla sovranità dello Stato.
L’articolo 26 della Legge fondamentale tedesca del 23 maggio 1949 così dispone: «Le azioni idonee a turbare la pacifica convivenza dei popoli, in particolare a preparare una guerra offensiva, e intraprese con tale intento, sono anticostituzionali. Tali azioni devono essere perseguite penalmente». Dulcis in fundo, la Costituzione giapponese del 3 novembre 1946, redatta sotto dettatura di MacArthur, all’articolo 9 stabilisce che «Il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, e alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali».
Tornando a noi, anche se il centrodestra è al potere, ha sempre corso legale il politicamente corretto. Guai a cambiare una sola parola della prima parte della nostra Legge fondamentale. Si commetterebbe sacrilegio e si sarebbe condannati per sempre alla gogna. Chissà perché ai nostri beneamati benpensanti, masochisti in servizio permanente effettivo, piace tanto il diritto dei vinti.
paoloarmaroli@tin.it

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