"Il risotto salverà l'Italia ma qui se hai successo ti odiano"

Si vende in tutto il mondo perché è un prodotto inimitabile. "Il nostro Paese ormai è in serie B. Gli imprenditori? Hanno paura della politica"

"Il risotto salverà l'Italia ma qui se hai successo ti odiano"

«I primi ricordi della mia vita sono il rumore e la polvere. Il rumore dei macchinari e la polvere dei sacchi di riso: casa nostra era attaccata alla fabbrica, c'era solo una parete a dividerle. A dieci anni, con il mio amico Guido, andavamo a nasconderci in mezzo ai sacchi, giocavamo a farci scoprire dai magazzinieri. Così mio padre Ferdinando disse: durante le vacanze estive devi imparare il lavoro. Ci dava 100 lire all'ora per fare gli operai». Dalle grandi vetrate del polo industriale di Bivio Vela a Pavia, Dario Scotti indica quel mulino di campagna che è diventato uno stabilimento tra i più tecnologicamente avanzati d'Europa, dove ogni anno entrano 1,9 milioni di quintali di risone grezzo e ne escono trasformati in prodotti finiti, dal riso sottovuoto alle bevande vegetali fino ai piatti pronti.

Riso Scotti ha oltre 150 anni di storia, lei cinque generazioni sulle spalle. Missione o destino?

«Se è per questo, in azienda è già pronta la sesta generazione: sono le mie tre figlie. Per quanto riguarda me, è stato quasi automatico essendo figlio unico. Mi padre mi affidò l'azienda già a 28 anni».

E da allora ne sono passati più di trenta.

«Quando ho cominciato eravamo ancora piccoli, c'erano in tutto trentatrè dipendenti, operavamo solo nel nord Italia e ci spingevamo al massimo fino a Piacenza. Pensi che contavo i clienti fuori Lombardia sulle dita di una mano, erano amici di famiglia più che altro, ce n'erano in Liguria, uno a Bologna, uno a Napoli, uno a Taranto... Io ho cercato di trasformarla un pezzo alla volta: prima a livello regionale, poi nazionale, quindi internazionale».

I piccoli passi portano ai risultati?

«Nel 2015 abbiamo fatturato 183 milioni di euro, anche il 2016 sta andando bene, contiamo di crescere di un altro 10%. Oggi arriviamo in 85 Paesi, con noi lavorano 450 dipendenti di cui oltre 200 qui nella casa madre. E ci tengo a sottolineare un aspetto».

Quale?

«Sono persone di 16 etnie diverse, molte con ruoli di livello. La maggior parte, poi, sono donne. Del resto, il nostro futuro sarà sempre più rosa».

Facile, con tre figlie femmine.

«La più piccola, Lucrezia (24 anni), sta finendo il suo ciclo di studi e intanto fa pratica in alcuni comparti dell'azienda. La seconda è Francesca, 30 anni, che si occupa dei nostri supermercati bio. E poi la maggiore, Valentina (33 anni), è amministratrice delegata di Riso Scotti Danubio, la nostra riseria dell'est che è una Riso Scotti in miniatura con 70 dipendenti, base strategica per il mercato della Romania, della Bulgaria e della Moldavia. Valentina vive tre giorni alla settimana laggiù, gli altri tre a Milano dove nel frattempo ha aperto due ristoranti specializzati ovviamente nei risotti, a marchio So'Riso. Insomma, una bella responsabilità».

A tutte loro fa fare la gavetta?

«L'impegno è fondamentale ma deve essere unito alla passione, che o ce l'hai o non ce l'hai. Loro hanno entrambi. Vuole sapere se sono davvero brave? Diciamo che le assumerei anche se non fossero figlie mie».

Come tiene uniti lavoro e famiglia?

«Ho conosciuto mia moglie Cristina negli anni dell'università, facevamo Economia e Commercio a Pavia, lei è tostissima ma non ha mai lavorato con me... mi è costata e basta (ride). Scherzi a parte, il rapporto con le figlie in azienda è particolare».

In che senso?

«Non capisci mai se devi fare il padre o il capo, nel dubbio rischi di non fare bene è l'uno né l'altro. Come padre le vuoi felici, come amministratore delegato pretendi che facciano il bene dell'azienda e dei dipendenti. Non nascondo che per me rappresentano il più importante progetto per il futuro, ma anche un motivo di grande preoccupazione».

Il passaggio generazionale tiene in ansia molte imprese familiari.

«Fuori di qui ho visto più storie negative che positive. L'affiancamento tra generazioni è impossibile senza un mix tra esperienza dei vecchi ed entusiasmo dei giovani. Quasi tutte le aziende storiche italiane che si rilanciano lo stanno facendo per merito delle nuove leve».

Nel mondo dell'alimentare conta più recuperare il passato o anticipare il futuro?

«Se guardo indietro vedo che siamo stati quelli che hanno inventato il riso sottovuoto nel 1992, i primi a metterlo in commercio in Italia. Abbiamo inventato la pasta di riso all'italiana, i cracker, le gallette, l'olio e il latte di riso... Ma continuiamo a fare cose nuove, sviluppando altri tre filoni soprattutto: bakery, cereali e semi legumi, prodotti gluten free e senza lattosio».

Mode passeggere o cibo di domani?

«Al di là delle esigenze di salute, si nota una propensione tra i consumatori a richiedere e consumare prodotti che non provengono dagli animali. In generale, adesso vanno alla grande prodotti che fino a 5-10 anni fa sarebbero rimasti invenduti sugli scaffali. È normale, i gusti a tavola si evolvono e noi ci organizziamo di conseguenza. Aprendoci all'estero, per esempio».

In concreto cosa vuol dire?

«Da tre anni c'è una joint venture con il gruppo spagnolo Ebro Foods, leader del riso e della pasta quotato in Borsa, che ha preso parte delle azioni che appartenevano ai miei cugini. Io resto maggioranza assoluta. Questo socio (al 40%) ci permette di penetrare nei mercati di cinque continenti. Ma il cuore e la mente di Riso Scotti restano e resteranno a Pavia. Anche se...».

Se?

«Fare impresa in Italia è diventato estremamente difficile, per le aziende e per i giovani, che a volte subiscono la scelta di andarsene invece di esserne protagonisti. Siamo vittime di un sistema che rende faticoso lavorare nel nostro Paese».

Non è l'unico a dirlo. Spieghi meglio cosa intende quando parla di «sistema».

«Due cose in particolare: una tassazione penalizzante e una burocrazia rigida, costosissima, che non ti aiuta anzi ti complica la vita. Così, nel giro di pochi anni perdiamo le aziende migliori e i giovani più capaci».

L'Italia non riparte?

«Ormai, è dura da ammettere, l'Italia non è più una squadra che gioca in serie A, ma in serie B. Poi, se è meglio essere i migliori della serie B o i peggiori della serie A, questo non lo so... so soltanto che non era così vent'anni fa».

Colpa (anche) di chi ci governa? Che rapporto c'è tra voi imprenditori e la politica?

«In passato era un orgoglio impegnarsi in politica. Oggi gli imprenditori hanno paura della politica, non hanno voglia di immischiarsi, arrivano a disprezzare la politica. Di chi è la colpa? Non importa, è un dato di fatto. L'economia italiana intanto viaggia su due vagoni separati».

E quali sarebbero?

«Semplice, quelli che fanno Pil e il mondo che io chiamo del no Pil. Se non si hanno condizioni favorevoli per produrre, l'imprenditore non solo non si impegna più in politica ma non fa nemmeno il suo mestiere nel modo giusto. È un circolo vizioso».

Come invertire la spirale?

«L'imprenditore deve essere messo nelle condizioni di esprimersi al meglio, perché sennò non assume, non fa investimenti, non fa crescere il Paese. La maggior parte degli imprenditori patisce questa situazione e chiude. A parte qualche rara eccezione, che continua a resistere e perfino a crescere».

Cosa le ha insegnato la vicenda dell'ex patron di Esselunga, Bernardo Caprotti?

«Caprotti è stato un modello straordinariamente positivo, un uomo che dedicato la vita intera all'azienda. Quando si è trattato di mettere in discussione la sua famiglia piuttosto che l'azienda, ha scelto di difendere quest'ultima. Per noi imprenditori è un esempio molto forte».

Caprotti ora è invidiato per la ricchezza che ha lasciato.

«L'invidia esiste dappertutto, è il primo pezzo dell'antipatia, che a sua volta è l'anticamera dell'odio. In Italia chi produce ricchezza è visto meno bene che negli altri Paesi. I grandi imprenditori da noi non sono amati, per assurdo possono essere anche stimati, ma sono visti quasi sempre con sospetto. Così ci si accorge di avere un mondo non favorevole attorno a sé».

«Made in Italy» è una formula passepartout. Sono anche parole magiche per avere successo?

«Il cosiddetto italian food è diffuso in una percentuale elevatissima nel mondo, ma non tutti sanno che questo enorme giro d'affari non dà vantaggi veri all'Italia. Assurdo, no?».

E come mai?

«Faccio un esempio: un piatto di pasta si può fare con la semola canadese in Alaska. A livello di consumo poca parte dell'italian food genera ricchezza per il nostro Paese. Però con il riso è diverso. Per fare un buon risotto servono l'arborio o il carnaroli, che non vengono bene dove non c'è il microclima e la morfologia italiana, l'acqua delle Alpi. Perciò una confezione di riso italiano acquistata in qualsiasi parte del globo genera ricchezza per l'Italia».

(Intanto sul pc alla scrivania appaiono le schermate con i dati di vendita, in tempo reale, dei prodotti di tutto il Gruppo. I numeri scorrono. Scotti sbircia e ammette: «Ne sono dipendente, lo so... Ma li controllo solo due-tre volte al giorno, giuro!»).

Il vostro supermercato è il mondo intero, mentre l'immaginario collettivo è ancora legato alle cascine e alle mondine in bianco e nero...

«Quando ho iniziato c'era un rapporto diretto coi singoli risicoltori, poi man mano che cresci ti confronti più con manager e dirigenti. Che volete, perdi in località e guadagni in globalizzazione. Sono cambiati i volumi e i rapporti. Per rendere l'idea, oggi trattiamo quantità 20 volte superiori a quelle di trent'anni fa».

È servita a qualcosa Expo2015?

«Siamo stati main sponsor dell'evento. È chiaro che Expo non ti fa vendere in termini di quintali in più, ma porta un qualcosa di intangibile che dura nel tempo. Ci ha spinti a riflettere su alcune tematiche, a impegnarci a fare impresa in maniera differente. Il mio voto è 9: ha creato valore aggiunto per le aziende che vi hanno partecipato, a Milano, all'Italia. Forse più di quanto ce ne rendiamo conto, a parte i soliti che criticano sempre e comunque».

Le avanza del tempo libero tra un chicco e l'altro?

«Il riso lo trovo molto divertente, scusate il gioco di parole, forse perché nel riso ci sono nato. Mi ha sempre fatto lavorare con piacere, non mi è mai pesato. Sono un tipo facilmente appassionabile. Tra tutte le cose però al primo posto metterei la montagna e la moto».

Perciò in quella foto è sull'Himalaya in sella a una Royal Enfield?

«Ho detto di sì appena me l'hanno proposto. Siamo partiti con tutto il top management a settembre, da Istanbul a Teheran, da lì in aereo a Nuova Delhi e poi in cima al Lachungla Pass a 5mila metri di altitudine. Un'esperienza eccezionale. Dieci ore al giorno in moto per tre settimane, al ritorno ho contato 4.310 chilometri. In India non ho fatto solo il turista, ma pure l'eroe. Ad un piccolo villaggio ai confini del Kashmir abbiamo donato materiale scolastico, fondi, e riso lomellino... nella terra del basmati».

Come si torna da un viaggio del genere?

«Stai molto con te stesso, fai molta introspezione, vedi scorrere tanti pezzi della tua vita. E torni con delle idee».

Ancora affari?

«Ho visitato dei Paesi molto interessanti dal punto di vista economico. Turchia, Iran, India: posti in cui c'è cultura del riso ma non ancora consumo del risotto. Immagino le potenzialità di questi mercati».

Turchia e Iran. Posti non proprio semplicissimi in cui fare business...

«In realtà ho trovato condizioni discrete, meglio di quanto ci si possa aspettare anche sotto l'aspetto dell'immagine e degli stili di vita. E poi, chi è abituato a lavorare in Italia, quando va all'estero quasi quasi fa una passeggiata...».

A proposito di immagine, lei è stato tra i primi a personalizzare la pubblicità. Oggi non ha ancora telefonato a Gerry Scotti?

«Ci conoscemmo per caso ad un convegno all'inizio degli anni Novanta. Ci presentammo e venne l'idea di giocare sul cognome comune: un successo incredibile, per entrambi. Gerry ha dato molto alla nostra azienda, tanto che la gente confondeva lui con me... Siamo andati avanti insieme a fare spot per 18 anni. A un certo punto però le strategie di comunicazione devono cambiare».

Ci tolga una curiosità: qual è il risotto preferito dal «dottor Scotti»?

«Nessun dubbio. Il risotto alla milanese: quello vero, il re dei risi, il Carnaroli lomellino, cucinato con i sacri crismi della tradizione lombarda».

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