"Torneremo presto...": così i due evasi rom si fanno beffa degli agenti

I due cugini rom evasi dal carcere di Rebibbia la scorsa settimana scrivono agli agenti: "Torniamo tra due settimane". Nella lettera mettono nero su bianco il motivo della fuga e promettono di costituirsi una volta risolto il problema

"Torneremo presto...": così i due evasi rom si fanno beffa degli agenti

"Torniamo tra un paio di settimane". È questa la promessa di Davad Zukanovic e Lil Ahmetovic, i due cugini rom protagonisti, la scorsa settimana, di un’evasione da film dal carcere romano di Rebibbia. L’hanno messa nero su bianco in una lettera indirizzata alla direzione del carcere e lasciata nella cella prima di calarsi dalla finestra del penitenziario con i tubi degli idranti anti-incendio e sparire nell’oscurità.

Nella missiva che ora è nelle mani degli inquirenti ci sarebbe la motivazione della fuga. Problemi familiari. I figli dei due, secondo quanto rivela La Repubblica, si sarebbero messi nei pasticci. Un affare, forse legato al traffico di droga, per il quale si sarebbe reso necessario l’intervento dei due genitori. Anche le mamme dei ragazzi, infatti, secondo lo stesso quotidiano, sarebbero in carcere.

Insomma, una volta risolto il problema della prole i due nomadi assicurano di essere intenzionati a costituirsi all’autorità giudiziaria per fare ritorno nel carcere. Chissà però se manterranno o meno la parola data, visto che con l’evasione rischiano di allungare di altri cinque anni la propria permanenza nel penitenziario. Intanto le loro parole suonano come un’ulteriore beffa, dopo la fuga spettacolare che ha fatto discutere.

I due rom, infatti, dopo aver tagliato le sbarre della finestra della loro cella ed essersi calati con le manichette anti incendio, si sono potuti dileguare tranquillamente senza che nessuno desse l’allarme prima di qualche ora. Secondo il sindacato di polizia penitenziaria Sappe i fuggitivi "sarebbero stati favoriti dal probabile mancato funzionamento del sistema anti-scavalcamento e dal fatto che non ci sono le sentinelle sul muro di cinta".

"Un fatto grave che – denunciava mercoledì scorso il segretario generale del sindacato, Donato Capece – è conseguenza dello smantellamento delle politiche di sicurezza dei penitenziari e delle carenze di organico della Polizia Penitenziaria, che ha 7mila agenti in meno". "Non più tardi dello scorso 28 maggio, avevamo indirizzato ai vertici dell'Amministrazione penitenziaria nazionale e del Lazio una dettagliata nota proprio sulle criticità della casa di reclusione di Rebibbia", ricorda lo stesso sindacalista.

Ma le lamentele sarebbero state inascoltate. Secondo il Sappe la "endemica carenza" di personale "sta pregiudicando fortemente l'ordine e la sicurezza dell'istituto". E così detenuti come Zukanovic e Ahmetovic, condannati a scontare pene per reati di truffa e ricettazione fino al 2029, possono permettersi di entrare e uscire dalla casa circondariale a proprio piacimento.

Era già successo un anno fa. Sempre da Rebibbia, nell’agosto del 2019 era evaso Vincenzo Sigigliano, condannato a 7 anni per truffa e falso. E, ancora, nel 2018, quando a darsi alla macchia fu un altro detenuto, con la scusa di un permesso premio. Senza contare i disordini dello scorso marzo, nel picco della pandemia, con decine di detenuti che si erano rifiutati di fare rientro in cella mettendo il carcere a ferro e fuoco.

Ora l’ennesimo smacco con il biglietto degli evasi, a metà tra un arrivederci e un addio.

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