La 'ndrangheta voleva quei supermercati

Secondo quanto contenuto nell'ordinanza di custodia cautelare l’organizzazione criminale tentava di gestire anche bar e osterie a due passi dal Vaticano

La 'ndrangheta voleva quei supermercati

Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dalla procura di Roma, la 'ndrangheta romana non si accontentava di gestire ristoranti, pasticcerie, pub e pescherie, ma voleva anche mettere le mani su una catena di supermercati. Le 43 persone arrestate, perché accusate di fare parte di un'associazione mafiosa calabrese, avrebbero cercato di impadronirsi della catena di supermercati "Elite".

Tutto parte da una ristrutturazione

Come riportato da Il Tempo, tra le pagine di ordinanza che ha portato a 77 misure cautelari tra la Capitale e Reggio Calabria, ci sono alcune intercettazioni riguardanti proprio l’intenzione dell’organizzazione di mettere le mani sulla catena di supermercati: “Nelle vicinanze della sua abitazione stavano ristrutturando un supermercato della catena "Elite" e i lavori di ristrutturazione dell'immobile li stava eseguendo un suo amico, tale "Roberto", grazie al quale sarebbe stato possibile inserirsi per ottenere una fornitura e, in prospettiva, espandersi sugli altri numerosi supermercati della medesima catena presenti nella provincia di Roma..."ma siccome ne stanno facendo uno grosso (costruendo)...un amico gli sta facendo tutti i lavori... e stavo vedendo per il pane... si compra il pane... sto parlando qua con questo amico nostro... e lui ci stiamo facendo tutta la roba...ho detto... casomai già lo conoscete perché... mi sta dicendo"... (e riferendosi a terza persona in ambientale si sente chiedere il numero e la persona risponde 58) 58 centri supermercati su Roma... Ah... ( sempre in ambientale si riferisce a terza persona dicendo che va via e che si vedranno dopo)... aspe... il supermercato Elite... ne stanno aprendo uno grosso qua... noo... c'è un amico nostro... che ci sta facendo tutta la roba... benotelle... cose... questa roba per terra... no?... ed è venuto a prendersi la mia motopala".

I supermercati tra i piani della 'ndrina romana

Secondo quanto riportato dal giudice per le indagini preliminari nel provvedimento restrittivo, uno degli indagati sarebbe parso subito interessato alla proposta e avrebbe spiegato che “avrebbero potuto fornire non solo pane, ma anche generi alimentari di altra natura ("digli per la pasta Pino...abbiamo la pasta fresca all'uovo...la facciamo sotto vuoto anche per i supermercati...io gliela porto ai supermercati"). Proseguendo, si apprendeva che lo stesso indagato, grazie all'intermediazione di "Roberto", si sarebbe adoperato per avere un contatto preliminare con il direttore del supermercato”. Dopo aver avuto l’ok dalla casa madre calabrese, il clan avrebbe cercato in tutti i modi di avere il monopolio sulla catena di supermercati presente a Roma. Ma non solo, secondo le indagini avrebbe anche cercato di gestire bar e osterie che si trovano a pochi passi dal Vaticano.

Gli inquirenti spiegano anche quali sono i comportamenti, secondo gli indagati, che devono essere seguiti e quali quelli che devono invece essere perseguiti, andando anche a giustificare in alcuni casi gli omicidi di familiari: “Solo con l'omicidio della madre la famiglia aveva potuto recuperare l'onore che era stato compromesso in quanto la stessa era stata accusata che da vedova aveva avuto altre molteplici relazioni sentimentali, trascurando i suoi doveri di fedeltà verso il defunto e di prendersi cura dei figli”.

Perché Roma era un rischio per il boss

Per Antonio Carzo, il presunto capo della prima ‘ndrina calabrese attiva a Roma, restare nella Città Eterna era però un rischio. Nella ordinanza con cui il gip di Roma Gaspare Sturzo ha disposto 43 arresti, si legge che in una intercettazione viene spiegato come il rischio sia dovuto al fatto che a Roma erano stati trasferiti alcuni magistrati e ufficiali di polizia giudiziaria che avevano lavorato in Calabria e avevano combattuto a Sinopoli e Cosoleto contro la cosca Alvaro, ovvero tutta la loro famiglia. In una intercettazione si sentirebbe infatti lo stesso Carzo dire: “... comunque c'è una Procura... qua a Roma... era tutta... la squadra che era sotto la Calabria. Pignatone, Cortese, Prestipino”. Per poi aggiungere: “E questi erano quelli che combattevano dentro i paesi nostri... Cosoleto... Sinopoli... tutta la famiglia nostra... maledetti”.

Scrive inoltre il gip:“Si deve evidenziare che già in una conversazione captata il 9 settembre 2017 Carzo, traendo spunto da un'iniziativa di Klaus Davi e poi commentando l'ergastolo comminato a Carlo Cosco a Milano e l'esito del processo "Aemilia" a Bologna, aveva sottolineato la necessità di stare "quieti quieti", ritenendo evidente che in quel momento storico la magistratura e le forze dell'ordine avessero preso di mira la 'ndrangheta ("ormai bisogna capire...c'è stato un periodo che hanno bersagliato i siciliani...Cosa Nostra....e noi...sotto traccia facevamo...ora è da capire che ci hanno preso in tiro a noi calabresi e ora invece dobbiamo stare più quieti"), precisando che, comunque, eh le cose si fanno...".

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