Il microbiota intestinale gioca un ruolo fondamentale anche sulla progressione di una delle malattie neurodegenerative più note, il Morbo di Alzheimer.
A rivelarlo è uno studio recente condotto dall’Università del Wisconsin-Madison e pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications. Lo studio ha focalizzato l’attenzione su una sostanza chiamata imidazolo propionato (ImP), prodotta proprio dai ceppi batterici del microbiota intestinale le cui molecole possono interferire negativamente sullo sviluppo della malattia dell’Alzheimer.
Ad essere minacciati dall’azione di questa molecola sono il sistema cardiovascolare e il sistema nervoso. L’ImP contribuisce infatti ad alterare le funzioni cerebrali portando ad un vero e proprio decadimento cognitivo graduale. Allo studio hanno preso parte anche ricercatori scienziati dell’Università della California di Los Angeles e dell’Università di Göteborg.
Il ruolo dell’ImP sulla salute del cervello
La quantità di ImP nel microbiota intestinale varia da persona a persona. C’è chi ne presenta nel proprio intestino una grande quantità e chi meno. Una volta prodotta dall’intestino questa molecola entra in circolo nell’organismo raggiungendo anche il cervello e in particolare il sistema neuronale influenzando inevitabilmente le sue funzionalità.
La ricerca ha dimostrato che in presenza di una grande quantità di questa molecola che dal microbiota entra in circolo nell’organismo, si registra anche un accumulo sostanziale di proteine beta-amiloide e tau anomale che sono tipiche di questa malattia neurodegenerativa.
Lo studio ha analizzato le analisi del sangue di circa 1200 persone iscritte al Registro del Wisconsin per la Prevenzione dell’Alzheimer. Da esse è emerso che chi presentava un’alta concentrazione ematica di ImP era più predisposto a registrare la presenza di proteine anomale.
Inoltre dai risultati dei test cognitivi a cui si sono sottoposte le persone coinvolte nella ricerca è emerso che chi presentava un’alta concentrazione di ImP risultava avere difficoltà di memoria e di elaborazione del pensiero. I ricercatori hanno anche evidenziato che la concentrazione alta di questa molecola ha una base genetica.
Verso una medicina personalizzata
Grazie a questo studio si ha la conferma che si sta sempre più procedendo verso una medicina personalizzata in cui le caratteristiche particolari e specifiche di un soggetto vengono esaminate con attenzione non tralasciando anche l’attenzione sul ruolo del microbiota intestinale.
In futuro l’analisi dell’ImP potrebbe diventare un fattore importante nella prevenzione del Morbo di Alzheimer. Si potrebbe pensare ad un piano alimentare personalizzato per persone che dal punto di vista genetico tendono a produrlo di più.
Gli esperti stanno già studiando un modo per trattare questa molecola in modo da ridurre i suoi livelli nel sangue. Sarebbe l’ideale secondo i ricercatori trovare un inibitore di essa in modo da ridurre il rischio dell’Alzheimer in soggetti che ne sono predisposti. Inibire questa molecola significherebbe anche agire nella prevenzione di malattie cardiovascolari come l’arteriosclerosi nella quale essa anche riveste un ruolo significativo.
